Domani è lunedì. Andrò a lavorare, da Claudia, domani devo andare in Chiesa, domani dovrei metter via la tua maglia marrone, forse anche quella nera, il mio basso in un angolo, ascoltarti in una canzone che dice cantalo forte e chiaro, t’aspetterò per sempre, metterti a letto. Nel tuo.

A Milano di notte si sentono i passi; calpestano la pioggia, il freddo, la poltiglia della neve quando non è più divertente.

Milano è distensiva di notte. Sta ferma. Si riposa.

Stavamo zitti spesso prima di tornare a casa: così preparavamo il nostro letto, ogni volta. Strettissimo, disfatto e spiagazzato da un lato, liscio e stretto dall’altro. Dalla mia finestra sul cortile di Via Lame si vedono sempre i balconi a semicerchio e a volte i panni stesi. Stanotte ci sono anche i miei: insanguinati e poi puliti.

Mi piace dormire qua. Odora tutto d’arancia. Le lenzuola e le federe d’arancia. Sembra sempre estate.

Il sangue di un ginocchio sbucciato d’estate si copre con la tintura di iodio e il sale da cucina, quando è proprio grave. Mia nonna me lo portava in un pezzo di stoffa di lino fresco per non farmelo vedere, per non mettermi paura. Bruciava forte e stringevo le labbra da farmi uscire le lacrime, da lasciarmi il segno dei denti per tutta la mattina e il rosso gocciolante sulla rotula. Mi sedevo all’ombra e di solito avevo finito di arrampicarmi sugli alberi e raccogliere i girasoli. Mi rimaneva il prurito del sale e la crosta del sangue mista alla tintura di iodio che quasi ne mitigava il colore e lo faceva meno vero. Quando lo guardavo gocciolare e asciugarsi piano, sotto al caldo, mi veniva da stendermi sull’erba e farmi bruciare. Aspettare. Dopo ogni sbucciatura il sale faceva meno male e di iodio ne serviva meno, finché non ho sporcato più nemmeno la gonna.

Avrei voluto ventiquattr’ore per pulire tutto, pensare a come finire e a cosa dire; pensare di poterti mettere per davvero in un copione perfetto o una fotografia in bianco e nero, da riguardare ogni volta che ne avessi avuto il bisogno e la voglia.

Invece, ci abbiamo messo ventiquattr’ore a scrivere una brutta fine. Avevamo due possibilità: piangere, sul divano, senza toccarci nemmeno, strabici, io all’angolo più lontano vederti uscire da casa mia col rumore puntuale del sollievo; oppure saltandoci e ridendoci addosso. Piano, come a luglio, la prima e ultima volta in cui ho visto il cielo dalla tua finestra e un girasole è bruciato al sole sotto lo stesso raggio che lo aveva stregato e ammaliato per giorni. L’ha bruciato nel tempo di un sì.

Io e te?

Perché me lo chiedi?

E che ne so. Perché non ci credo.

Sì.

[ai protagonisti di questa storia che non vedo da diversi mesi. prima o poi sarò davvero capace di raccontare di voi, nel modo migliore possibile. l’unico possibile. ]

Nelle altre puntate