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Poison 1

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Ho davanti una tazza a pois, sul tavolo piccolo.

Potrei stare a guardare i pois per ore: a un certo punto mi si incastrerebbero gli occhi uno nell’altro. Ho provato a contare tutti i pois, ho provato a contare quanti giri fanno. Niente: mi si sono incastrati gli occhi. È che i pois non sono pieni, sono vuoti. O viceversa. Secondo mia zia sono pieni, perché si disegnano quando il colore va sull’altro, con un punto di pennarello, qua e là a fare delle macchie. Io dico che i pois sono vuoti, perché è il colore steso che fa la differenza. È quello che si sparge dietro che riempie o svuota i buchi. I pois, in verità, sono buchi, ma non riesco a contarli. Ci ho provato, ieri, niente: incastrati; allora li ho chiusi e mi sono messa sul divano. Passate tre ore. Ne sono passate ventiquattro, possono non passarne tre?

Sul tuo letto in campagna l’ultima volta non c’è stato nessuno: abbiamo fatto finta di avere quindici anni. Si vedeva il cielo di luglio: chiaro e umido; i sassi del vialetto calpestati dalle ruote della macchina come le olive ad ottobre. Lo spremitore del frantoio non aspetta. Fa l’olio ad ottobre, adesso mentre sono qua, anche di domenica. Anche di mattina. Per ventiquattr’ore ininterrotto, a volte. Anche se c’è silenzio e nessuno col pane ad assaggiare.

Oggi ho fatto la spesa, come prima cosa, alle tre di pomeriggio, al supermercato vuoto, ridendo e piangendo, ma non m’ha vista nessuno. Tornando a casa, ho incontrato Giulia col pancione e mi ha fatto un cenno con la mano, dall’altro marciapiede. Un cenno sincero, con un sorriso, a palmo steso, voleva proprio che la vedessi.

Alle quattro sono andata dal dentista per una carie.

Mi ha messo le mani di lattice in bocca e mi ha infastidito. Farsi mettere le mani in bocca dal dentista dopo tanto tempo è come farsi toccare da uno sconosciuto. Non mi ha guardato sotto la lingua e sul palato, prima. Mi ha messo le mani in bocca subito e gli ho morso un dito.

Scusi. … No, davvero: scusi. Reazione di fastidio.

Come dovrei controllare la sua carie, signorina? Da lontano?

Con la radiografia. È lì. … No, scusi, faccia pure.

Mi sono trattenuta dal mordergli di nuovo un dito, l’altro, l’indice o il pollice. Mi sono messa a pensare ad altro.

Che vuol dire secondo te quel cartello?

Non lo so. Sembra un montone.

È una pecora, semmai.

Vabè, un montone, una pecora.

Ma non doveva esserci una strada a scorrimento veloce?

Sì. Avrebbe dovuto. Esserci. Non lo so Carlo, forse mi sono sbagliata.

Ci mettiamo con la testa inclinata tra il cruscotto e il parabrezza senza farci male, a un centimetro di distanza senza darci una testata. Ci veniva bene: la distanza era sempre appropriata, il silenzio sopportabile, non ci facevamo mai male.

Se c’è un segnale stradale di un allevamento di pecore

…montoni

…di pecore, forse abbiamo sbagliato strada. Mi giro, eh.

Eh, ok.

Siamo finiti a dormire in macchina, quella notte, in un parcheggio su una strada sterrata: eravamo tra la scarpata e l’asfalto, tra scaraventarsi giù e farsi prendere sotto da un camion. Era giugno e non era caldo, di notte, la coperta corta e ti sei preso il raffreddore. Avevamo sbagliato strada, avevamo fatto tardi, avevamo perso il posto prenotato al campeggio.

Potevamo avvisare.

Già.

Ma non mi hai mai detto che era stata colpa mia se hai continuato a starnutire tutta la settimana.

Abbiamo iniziato scrutandoci di traverso come bambini che per la prima volta vedono uno sconosciuto; si nascondono dietro la spalla della madre e continuano a guardare per un po’, fino alla prossima volta, quando faranno un sorriso.

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2 commenti

  1. Elena è una che mi piace un sacco.

  2. Silvia

    Sottoscrivo Maria! Questo pezzo poi mi piace davvero tanto!
    Tra l’altro chi non vorrebbe mordere le dita al dentista almeno una volta nella vita?