Nessuno lo sa

“C’è una cosa che non ho mai raccontato a nessuno”.

Così disse Paolo all’amico. L’amico lo guardò, qualcosa stava per essere detta.

“C’è una cosa che non ho mai raccontato a nessuno”.

“E ora la racconto a te”, diceva quel poco di alito che uscì dalla bocca di Paolo dopo l’ultima parola. L’aria a volte è carica di un certo significato facile da capire. Quella diceva: “E ora la racconto a te”.

Infatti.

“Al mio primo attacco di panico, sentii tutte quelle cose che si sentono raccontare da quelli che hanno attacchi di panico”.

L’amico annuì, eppure Paolo volle spiegare lo stesso.

“Il cuore nelle orecchie, la lingua come fosse enorme, la fame d’aria, la nausea, il caldo e il freddo, i tremori. E nella testa: paura. Di vomitare, di svenire, di morire”.

L’amico non annuiva più, era tutto più che chiaro.

“Eppure, non so perché, dopo pochi secondi mi misi a saltellare. Saltellavo, ridevo. Avevo avuto subito in mente una cosa: se dovessi morire, lo farò ridendo”.

L’amico cominciò a giocherellare con la stringa della scarpa. Paolo accarezzava distrattamente il bordo del marciapiedi.

“Figurati, ero al lavoro. In ufficio tutti mi guardarono allibiti. Ma nemmeno troppo. Hai mai notato come tendiamo sempre a sminuire le cose troppo… gli eventi troppo fuori dagli schemi? Si saranno subito detti, tra sé, chissà forse ha vinto al gratta e vinci, o ha ricevuto una promozione. È come quando uno storpio, o un bambino troppo piccolo per strimpellare quell’organetto, sale sull’autobus. Tu che fai?”.

L’amico si strinse nelle spalle, non voleva dire che non sapeva, ma che anche lui avrebbe fatto l’unica cosa ovvia.

“Fai finta di niente, no?”, continuò Paolo. “Fai come se quella persona fuori non si trovasse lì. La seconda volta fu in auto, ero solo, era quasi buio. Alzai il volume dell’autoradio, pure se non conoscevo le parole e nemmeno la lingua di quella canzone, cominciai a sbraitare note a squarciagola”.

L’amico alzò un sopracciglio.

“La terza mi capitò in piena notte, mentre dormivo nel mio letto. Non cercai di riaddormentarmi. Mi misi a vedere un film che conosco bene, divertente, recitavo alcune battute a memoria”.

L’amico infilò le mani nelle tasche del giubbotto, avvicinando i lati della zip aperta.

“Vedi, alla fine tutto sta a come si reagisce, a queste cose, no? A come le affronti e le superi, perché alla fine tutto si supera, giusto?”.

L’amico annuì, di nuovo. Paolo cominciò a passare lentamente e con decisione una lametta sul polso destro.

“Alla cinquantesima finisci le opzioni, ma l’importante è sapere che puoi superarlo, vero?”.

Senza perdere la calma, afferrò la lametta con la destra, sezionando lentamente le vene del polso sinistro.

“Tutto si supera, con la volontà. Grazie di essere qui”.

Paolo era sereno, delle lacrime lente e calde come il suo sangue scendevano lungo il volto. Si poggiò con la testa sulla spalla dell’amico, le braccia lungo le gambe, le mani sull’asfalto, rosso. L’amico si alzò, lasciandolo scivolare sul bordo del marciapiede. Si allontanò.

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