Una giornata tranquilla

La veranda era accecata dal sole. Fuori, un terrazzo divideva la casa dalla confusione della strada, complice il diramarsi fitto dell’edera. Nell’aiuola e nei vasi, margherite, ciclamini, gerani.

Io mi svegliavo sempre prima di lui. Anche quel mattino. Preparai il caffè e il resto della colazione. Misi due tovagliette sul tavolino compresso tra le pareti della veranda. Lui si alzò. Era sempre assonnato, al mattino. Io invece al risveglio ero subito su di giri. Arrivò, quasi pattinando sulle pantofole. Le pieghe delle lenzuola sul volto. Un’aria come di scuse per non essere immediatamente sveglio. Lo invitai, con un cenno, a sedersi. Ci tuffammo insieme nel sole della veranda. Sembravamo due pesci in un acquario di luce. Non avevamo fretta. Sorseggiavamo il caffè, gomiti poggiati sul bordo del tavolo. Qualche sguardo tra noi, qualche occhiata alle piante lì fuori. Un po’ di burro su una fetta biscottata. Il suono del masticare e del bere. Cucchiaini tra le pareti delle tazzine. I doppi vetri attutivano qualsiasi rumore arrivasse da fuori. Lui tirò su col naso. Poi espirò rumorosamente, passandosi una mano sul volto stropicciato. Ci guardammo ancora. Sarebbe stata una giornata tranquilla. Lo lasciai a risvegliarsi, seduto lì dov’era. Grattava il fondo del piatto con il coltello. Disegnava qualcosa di incomprensibile con un po’ di marmellata. Andai a vestirmi e truccarmi, sciacquai qualche piatto della sera prima per far posto a quelli della colazione. Lui arrivò con le tovagliette, già liberate dalle molliche, e piegate. Le mise nel cassetto alle mie spalle. Mentre asciugavo le ultime posate, mi abbracciò da dietro. Appoggiò la sua guancia sulla mia. Gli sorrisi. Si staccò da me lentamente. Andò in bagno. Sentii lo scrosciare dell’acqua nel lavandino. Controllai le tasche della giacca che avevo indosso, e poi l’interno della borsa. Avevo tutto, anche le chiavi. L’orario d’entrata del lavoro mi permetteva di prendermela piuttosto comoda, al mattino. Aspettai che uscisse dal bagno. Controllai che avesse i vestiti a posto. Spesso tendeva a indossare una confusione di colori. Io supervisionavo con discrezione. Ero pronta per andare. Lui si vestiva in un attimo, di solito. Decisi di aspettarlo, saremmo usciti insieme. Vista l’ora, sicuramente fuori ad aspettarlo c’era già suo fratello. Uscimmo, ci baciammo. Lo lasciai con una carezza sulla testa glabra, messa lì quasi a ricordarci come cambiano le cose. Gli dissi con gli occhi di farsi coraggio. Lui salì in auto, strinse la mano di suo fratello, poi si voltò ancora verso di me. Attraverso il finestrino potevo vedere i suoi occhi riempirsi di lacrime che non volevano scendere. Andammo, ognuno nella direzione che ci attendeva, una opposta all’altra, entrambe rese bianche dal sole.

Titoli di coda