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86330 Parte quattro

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La giovane madre aprì gli occhi, come ogni mattina, con il rumore dello sciacquone azionato da sua figlia. Quello strano equilibrio familiare in cui era la più piccola a svegliare l’altra, e non viceversa, era ormai diventato abituale, e la aiutava a cominciare la giornata con il piede giusto, considerando con approvazione quel segno di indipendenza mostrato dalla bambina.

Si alzò in fretta per evitare che sua figlia si mettesse in testa di prepararsi la colazione da sola, portando il caos in cucina, e la raggiunse sulla porta del bagno. Si chinò ad abbracciarla e, in cambio, ottenne un bacio sveglio e scattante come solo quelli dei bambini possono essere a quell’ora.

Le preparò la colazione e si sedette accanto a lei, bevendo il suo caffè a piccoli sorsi e cercando, senza apprezzabili risultati, di scambiare qualche parola sulla giornata scolastica che la attendeva, fermandosi quasi sempre a metà frase di fronte allo sguardo perso della ragazzina incantata dai cartoni, il cucchiaio di latte caldo che penzolava tra la tazza e la bocca spalancata.

Sparecchiò senza troppa attenzione e si recò con calma in camera della bambina, sorprendendola mentre -in un altro impeto di indipendenza – cercava di vestirsi da sola, infilata dal lato sbagliato in una maglietta, la massa di capelli ricci che cercava una via d’uscita dalla trappola di stoffa.

Rise con lei, la aiutò a completare l’opera e le ordinò, senza bisogno di usare alcun tono autoritario, di prepararsi la cartella. Rimase a guardarla mentre, con un buffo contegno, cercava di mettere ordine tra i libri e i quaderni da infilare nello zaino. Era proprio una bella bambina, e sembrava impossibile avesse già sette anni. La maggior parte delle mamme che aveva conosciuto a scuola erano quarantenni stanche e in disordine, come arrivassero sempre da una corsa, e forse era così. Lei, invece, non si era mai sentita così viva e serena in venticinque anni.

Si infilò in camera sua sfruttando le deboli strisce di luce che filtravano dai balconi. Suo marito dormiva ancora. Era tornato tardi da una serata con i colleghi, e oggi cominciava le ferie. Risolse di non svegliarlo, considerata la notte difficile che gli aveva sentito passare – il materasso tormentato dalla ricerca di una posizione adatta – e la prospettiva di averlo in casa per una settimana intera. C’era tempo. Lo guardò respirare a fondo e dovette fare uno sforzo di volontà per non sdraiarsi accanto a lui. Lo amava ancora più di quanto potesse spiegare, nonostante si fossero sposati ancora ragazzini, quasi, nonostante l’intimità si fosse da subito trasformata in un percorso a ostacoli tra la culla, i giochi sparsi in salotto e il letto matrimoniale.

Per non disturbarlo eccessivamente decise di non aprire troppi cassetti e tornare al lavoro con lo stesso vestito del giorno prima. Le piaceva quel vestito, la faceva sentire a proprio agio, e avrebbe scommesso che nessuno in ufficio avrebbe avuto qualcosa da ridire se per due giorni si fosse presentata abbigliata alla stessa maniera.

Sua figlia la aspettava davanti alla porta chiusa e, due rampe di scale dopo, la stava salutando per entrare nell’auto della maestra Teresa, che ogni giorno le offriva un posto in auto sulla via della scuola.

La giovane madre agitò la mano per il tempo necessario e guardò l’orologio. Con un sospiro si rese conto di essere in ritardo.

Dopo qualche passo spedito la giornata, cominciata così bene, stava già per regalare i primi problemi. Era arrivata la primavera, e questo significava polline, che a sua volta significava allergia. Infastidita, cercò di schermare le vie respiratorie con un fazzoletto, ma non servì a molto. Come le era già successo il giorno prima sentiva gli occhi gonfiarsi, arrossarsi, cominciare a lacrimare, e quella sensazione orribile di occlusione al palato. Si disse che ormai avrebbe dovuto esserci abituata, ma non riusciva a farlo. Ogni volta l’aria aperta era per lei una via crucis di frustrazione e nervosismo.

Lanciò un’ultima occhiata allo Swatch e aumentò ancora l’andatura mentre, nel suo vestito rosso, raggiungeva la solita fermata del bus. Quella davanti al supermercato.

 

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4 commenti

  1. Ladislao

    tristissima questa ultima parte ma piena di verità.
    la gente, spesso, desidera la compagnia di persone che a loro volta desiderano altre persone e così all’infinito.

    bellissimo racconto.
    ancora complimenti.

  2. grazie mille a te per averlo letto, sono lieto tu l’abbia apprezzato.

  3. Che sensazione mi ha lasciato addosso il tuo racconto? non sò spiegartelo.
    Sei riuscito a creare storia circolare, che consente di immedesimarsi, di immaginare ed affezionarsi ai personaggi e a tifare per loro… poi leggi la parte successiva, e quella dopo ancora, e ti senti un po’ confuso, e non capisci più quale sia il lieto fine che desideri. E ti viene voglia di rileggerlo tutto, partendo dalla fine, e poi di nuovo l’inizio…
    praticamente ipnotizzi il lettore!

    NOn per essere troppo buona nel giudizio, ma hai dato un effetto al racconto che solo i grandi scrittori sanno dare.

    Non so cosa fai nella vita, ma ti auguro di avere sempre il giusto tempo, e la giusta ispirazione, per scrivere questi piccoli capolavori!

    complimenti ancora,

    zenzeroecannella.tumblr.com

  4. sei davvero gentilissima, grazie.