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86330 Parte due

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La barista prese l’ordine al tavolo degli studenti, uno degli ultimi che tenacemente resisteva all’avanzare della notte, dribblò con un sorriso stanco gli ennesimi tentativi di approccio della giornata e si infilò dietro al bancone per riempire i bicchieri. Sul tavolo accanto all’entrata il proprietario del bar commentava in dialetto stretto le notizie del giornale vecchie ormai di un giorno, come a invitare i clienti che se ne stavano andando a rimanere per ascoltarlo e, magari, farsi un altro bicchiere. Spostò il peso da una gamba all’altra, indolenzita dalle ore di lavoro, guardò l’orologio da parete davanti a sé, attirò l’attenzione della sua collega e, con brevi gesti della mano, la avvisò che tra pochi minuti avrebbe staccato.

Aveva poco più di vent’anni e lavorava lì dentro da due. Quella che avrebbe dovuto essere una occupazione provvisoria, in attesa di decidere che tipo di artista diventare, si era trasformata quasi naturalmente in una routine che, anche se non l’avrebbe mai ammesso ad alta voce, non le era affatto indigesta.

Le piaceva quell’ambiente, il mugugnare veloce del suo capo, la sigaretta a metà giornata con un cliente abituale o una sua collega. Le piaceva soprattutto ascoltare quello che le persone che dividevano con lei quello spazio avevano da dire, da raccontare, da sputare fuori con rabbia, da scandire con gioia, da bofonchiare annoiati. Aveva imparato a riconoscere il tipo di persona che aveva di fronte da come ordinava, rispondeva, consumava il suo bicchiere. Si sentiva la custode di un piccolo crocevia di vite giornaliero, e non le dispiaceva esserlo, convinta che l’esistenza sia condivisione.

Assolta l’ultima ordinazione, si preparò ad andare. Avrebbe dovuto farlo già dieci minuti prima, ma per abitudine percorse un’ultima volta con gli occhi lo spazio, ormai semideserto, di fronte a sé. C’era l’autista, quella sera. Non sapeva il suo nome, lo aveva visto soltanto qualche volta accompagnato dai suoi colleghi, ma le piaceva. Nonostante non fosse per nulla un brutto ragazzo, era tremendamente timido. Ogni volta ringraziava appena un po’ troppo, e distoglieva lo sguardo dopo pochi istanti, quasi avesse paura di sembrare inopportuno. Le dava l’impressione di essere una persona buona. Per quanto banale quella parola fosse, non ne avrebbe saputa trovare una migliore, o più adatta.

Quella sera però l’autista era diverso. Innanzitutto era da solo, e la barista sapeva che non era un buon segno, poi aveva bevuto decisamente troppo, e questo era un secondo indizio che, nel caso, bastava a fare una prova. Era rimasto tutta la sera con la testa bassa a guardare il portacenere sul tavolino, alzandola soltanto per ordinare un nuovo bicchiere.

Lo guardò alzarsi e traballare fino al banco per pagare. Non era messo molto bene. Prima che uscisse lo raggiunse d’istinto e gli chiese se andasse tutto bene. La guardò stupito, come non si aspettasse che si potesse interessare a lui, e farfugliò qualcosa sull’abitare vicino e il non preoccuparsi. Di nuovo, ringraziò una volta in più del necessario. Intenerita, si offrì di accompagnarlo a casa. Dopo un lungo silenzio – e uno sguardo ancora più sorpreso – acconsentì, visibilmente imbarazzato dalla sua condizione.

L’autista era crollato sul divano non appena ci si era appoggiato, ancora prima di riuscire a terminare la frase che aveva cominciato a pronunciare varcando la soglia di casa.

La barista trattenne a stento una risata sentendo le parole diventare una russata sbronza, ed esplorò il piccolo salotto del suo ospite. Era incredibilmente neutro. Nessuna foto, nessuno slancio personale, quasi i mobili all’interno fossero quelli trovati al momento della firma del contratto d’affitto e l’autista avesse avuto timore di cambiar qualcosa.

Su di un tavolinetto c’era un cordless e, accanto, un blocchetto di post-it. Scrisse qualche riga per salutarlo, lasciandole il suo numero, e lo appese sullo schermo della tv, in modo che lo vedesse di sicuro la mattina dopo. Spense la luce e si chiuse la porta alle spalle, uscendo, sentendosi bene come non le capitava da tempo.

 

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1 commento

  1. Ladislao

    davvero molto bella anche la seconda parte. triste e toccante.

    Ladislao