La sindrome di Quenau 4

- 27 Marzo 2010

Ti ritrovi nelle situazioni. E ti chiedi come ci sei finito, per qualche secondo ti maledici e vorresti tornare indietro, riavvolgere il tempo facendo finta di essere seduto sul tuo divano col telecomando tra le mani e il potere di rifare tutto daccapo. Invece sei in piedi, su un banco, disperatamente ubriaco, e stanco, e abbastanza scottato da una delusione – no, non voglio dire d’amore, perché non importa, alla fine, importa solo che è una delusione e quando una cosa ti delude ci vuole del tempo prima che il senso di nausea e di rabbia che hai ti passi. Ci vuole del tempo per farti una ragione del fatto che hai scelto la marca sbagliata di sottilette, o che anche stavolta ti sei fatto traviare dalla pubblicità che ti diceva che con quello shampoo i tuoi capelli sarebbero stati più lucidi, e non hai fatto caso, ad esempio, se sull’etichetta c’era scritto che quella fabbrica rispetta gli animali e non fa esperimenti sui loro poveri corpi, per far diventare i tuoi capelli più belli. Capelli che ti cadranno, dopo un tot di tempo. A volte anche prima del previsto e di quanto vorresti tu.

Tutte queste cose le avevo dette, e ad alta voce. E Manuel, si vedeva dalla faccia, avrebbe tanto voluto non essere mio amico. Insistere: non si fa mai un grande affare. Di certo lui lo sapeva, mentre mi veniva incontro per tirarmi giù dal banco, con finta accondiscendenza e una gran voglia di spaccarmi lo stomaco con due sonori cazzotti.

I cazzotti non me li ha dati. Mi ha chiamato un taxi, con i soldi del suo cellulare, perché aveva un concetto molto sano dell’amicizia.

Quando sono salito in casa il tuo gatto Pietro mi guardava languido. Solo la mattina dopo avrei scoperto che aveva fatto pipì nel cassetto delle mie mutande, per puro dispetto.

Ma in quel momento non era importante. Il tuo gatto Pietro mi ha camminato in mezzo ai piedi intralciandomi il passo, e io, con gli ultimi strascichi della sbronza che avevo addosso, sono crollato a terra, di faccia, sbattendo la testa. Ma non sono svenuto, ho solo pianto. Mi è stato chiaro, guardando la mia casa da un’altra prospettiva – e cioè, dal pavimento – che avevo sempre incolpato qualcun altro per le mie incapacità, e che avevo forzato le cose, in maniera insistente, perché andassero come volevo io. La perfezione e l’invidia per quelli che erano stati i miei eroi era diventata così profonda da farmi dimenticare le cose semplici. Improvvisamente, ho avuto voglia di farmi una pasta con le olive.

La pasta con le olive è una cosa molto semplice da preparare, qualsiasi ragazzo che vive da solo sarebbe in grado di cucinarsela. Me l’aveva insegnata mio padre, lo stesso uomo che, dopo essersi diviso da mia madre, cucinava gli hamburger con la pellicola. Aveva fatto di necessità virtù, però, ed era diventato piuttosto bravo. Mentre mettevo a bollire l’acqua, me ne rendevo conto.

Ho dato da mangiare al tuo gatto. Mentre lo guardavo, ho capito di essere arrabbiato. Con tutti, e con me stesso. Ero così arrabbiato che non volevo muovermi dalla sedia, e il culo aveva finito per creare una colla con la superficie, tanto resistente da impedirmi di alzarmi. Faceva male, ma me l’ero cercata io. Da piccolo volevo essere alto, e siccome ero cresciuto basso, avevo passato la vita a lamentarmi invece che fare un qualche sport per potermi slanciare. La vita l’avevo maltrattata, negandole il diritto inalienabile di lasciarle fare ciò che aveva in serbo per me; e lei, con grande astuzia, mi aveva restituito il favore, negandomi la cosa a cui tenevo di più.

Ho passato la vita a pretendere. Pretendere di superare la delusione della fine della nostra storia. Pretendere di scrivere un bel romanzo. Pretendere di diventare uno scrittore semplicemente facendo leva sul fatto che mi sentivo, uno scrittore. Pretendere di essere libero, e di non incanalarmi mai in nessuna regola, di non piegarmi e di non limitarmi, di non attenermi alle tremila battute del mio compito a casa, pretendere di essere l’unico studente a non averne, di compiti a casa.

Poi improvvisamente, guardando il soffritto che scricchiolava allegro nel piatto, ho capito che alla base delle opere migliori stanno le cose semplici. Era un sacco di tempo che non cucinavo pasta con le olive, e mi resi conto del perché. O capii, viceversa, il motivo per cui ero così arrabbiato. Ho chiamato mio padre.

 

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