La sindrome di Quenau 3

- 20 Marzo 2010

Ma questa non sarà una storia d’amore, questa è la storia di me che non so scrivere. Lo vorrei tanto, ma ho dimenticato come si fa.

Mi ricordo che alle medie ci facevano studiare i tempi verbali. Quando arrivava il tuo turno, alla maestra dovevi rispondere a tono, e se lei ti chiedeva: Indicativo!, tu dovevi iniziare prontamente a dire: Io avevo, tu avevi, egli aveva. Io ero il più bravo della classe, in italiano. La maestra mi scriveva sempre bravo, bravissimo, o molto bene in rosso, a lato dei temi. Eppure, di queste cose di grammatica, non ne sapevo niente. Ero ignorante, era tutta una maschera: sopravvivevo col mio bagaglio di bravura, sopperivo alle mie mancanze di cultura con una scrittura di stomaco, e la maestra faceva orecchie da mercante. Molti bambini, durante l’intervallo, mi picchiavano, perché si erano accorti della fregatura: non gli andava bene, a loro, di sapere tutti i verbi a memoria e non ricevere dei riconoscimenti. Mi prendevo i cazzotti senza fiatare, mi sembrava di farlo per la storia della letteratura. De Amicis, Pirandello, Stendhal, erano tutti miei colleghi. E non mi dispiaceva farmi massacrare per la loro compagnia, in fondo ero un diverso.

Ero tutto facciata, e nel pensare al mio compito a casa per il corso di scrittura creativa, ne prendevo atto più chiaramente che in altri momenti della mia vita.

Passai dei brutti quarti d’ora. Questa cosa del non riuscire a scrivere mi uccideva, camminavo per casa come un animale inquieto, mi accendevo una sigaretta, poi tornavo a sedermi al computer, poi dopo due righe cancellavo, mi alzavo, fingevo di dovermi preparare la cena, poi non avevo fame. E tornavo a scrivere.

Ad un certo punto mi sono detto: Ora su questo foglio bianco ci scrivo Cari amici del corso di scrittura creativa, non mi va di pensare a cosa scrivere, o di cercare di scrivere qualcosa di intelligente, che poi, una massa di teste di capra come voi mi verrà a giudicare, addio.

La settimana è passata in fretta, nel mio foglio bianco avevo scritto solo quelle parole. Sono andato al corso, ero addirittura in anticipo. Ed ero contento, perché come al solito mi ponevo al di sopra degli altri, senza vedere quanto in verità fossi piccolo, rispetto a tutti.

Quando ci siamo conosciuti, non sapevo che fossi tu. Non ti conoscevo, prima di conoscerti, sembra stupido e banale da dire, ma è una cosa difficile da spiegare. E come per i miei giocattoli da piccolo, non sapevo che di te sarei stato talmente geloso. Gli attimi prima di conoscerti la mia vita era a posto, poi tu sei entrata nella stanza e hai fatto confusione. Non sapevo che il disordine potesse avere delle qualità.

Manuel sorrideva contento. Vieni, vieni, amico mio, pensavo, adesso ti leggo cos’ho scritto riguardo al tuo compito a casa. Non mi rendevo conto che ero stato io, in fondo, a decidere di partecipare; anche a seguito delle sue insistenze, avrei potuto, se avessi voluto veramente, eclissarmi o glissare. La realtà era che avevo sempre bisogno di mettermi alla prova e di pretendere troppo, da me, che si dice che pretendere tanto faccia bene, ma alla fine è un lavoro snervante, si rischia di dimenticarsi come si fa a mangiare.

Gli altri erano tranquilli, perché per loro la scrittura non era una questione di vita. Loro non erano come me, non si sentivano in apnea: venivano a questo corso di sera, una volta a settimana, e durante il giorno facevano i lavori più disparati e disgustosi, ma andavano comunque tranquilli e beati a dormire, la sera.

Quella sera fu una tragedia: al momento del mio turno mi sono alzato in piedi sul banco, e nello sgomento generale, totalmente ubriaco, ho letto le mie tre righe di compito a casa, schiumando dalla bocca come un vecchio.

 

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