La sindrome di Quenau 2

- 13 Marzo 2010

Avevo un altro amico, al quale facevo leggere i miei tentativi. Di lui, non avevo capito niente. Ero preso da me stesso, ero tremendamente egocentrico: quando mi parlava delle sue cose, non aspettavo altro che parlargli delle mie. C’è anche da dire che quando mi sottoponeva qualcosa di suo, per il gusto di condividere con me una cosa per lui importante, la sindrome di Queneau mi saltava addosso e mi tornavano in mente tutti i concetti e le informazioni grammaticali che avevo accumulato. Gli parlavo per ore intere di punti, virgole, tempi verbali, costruzioni e strutture sbagliate, ignorando il fatto che a lui tutte queste cose non interessavano.

Gli scrittori, sono fatti tutti così. Difficilmente, ascoltano. Quasi mai fanno il tifo per scrittori che non siano loro stessi. Sono personaggi antipatici, in fondo, perché l’unica storia che ritengono degna di nota è quella che devono raccontare loro.

Anche al corso di scrittura creativa del mio amico, facevo finta di sentirmi uno come tanti e quando mi apostrofava gli dicevo: “Dai, Manuel, smettila di fare così, non sono uno scrittore vero”, ma in fondo mi sentivo diverso da tutti quelli che erano in quella stanza. Mi sentivo speciale, solo perché credevo che non ci fosse bisogno di contare le battute in un foglio, o scrivere qualcosa a tema, solo perché credevo che la scrittura è qualcosa che ti nasce dentro e che fa parte dei tuoi cromosomi, tipo il colore dei capelli o tipo la predisposizione per le cose. Mi sentivo diverso, e mi sentivo migliore degli altri.

Come compito a casa dovevamo scrivere un racconto di tremila battute su un argomento a scelta, oppure una storia a tema. Al corso ci andavo a piedi perché mi divertivo a fare l’intellettuale senza una lira, e tornando a casa mi fumavo un paio di sigarette, con i vari fogli e opuscoli che avevano distribuito al corso. Non riuscivo a pensare seriamente a questa cosa alla quale stavo partecipando, nella mia immensa arroganza pensavo che di quei fogli avrei fatto tante strisce e li avrei magari usati come filtri alle sigarette che mi facevo da solo.

Mi veniva da ridere per la mia condizione di fallito. A tratti, lucidamente, mi accorgevo di quanto facessi schifo: mi rendevo perfettamente conto che mentre dicevo a Manuel di smetterla, dentro di me pensavo con voce roca Sìììììììììì, Manuel, diglielo a questa massa di ignoranti che sono uno scrittooooreeeeee. Mi facevo paura. Perché ero, un essere terrificante. Terribilmente vuoto, solo, ed incapace.

La verità è che mi mancavi tu. Ero abbastanza allenato a fare finta che non fosse così, e per la maggior parte del tempo ci riuscivo. Ma mi costava una fatica tremenda, e la sera mi sentivo stanco, perché se con gli altri riuscivo a fingere, il me stesso che avevo dentro non si lasciava incantare. Così, ero uno scrittore senza storia e senza amore, mancanze oceaniche che mi rompeva non poco le palle dovermi tenere, e la situazione era difficile da digerire.

 

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