La sindrome di Quenau 1

- 6 Mar 2010

La cosa più brutta che mi capitò fu prestare la mia copia de Il maestro e Margherita ad una persona che conoscevo bene. Non ci vedemmo più, e la mia copia non mi tornò mai indietro. Tutte le volte che andavo in libreria guardavo copie nuove che avrei potuto comprare, ma per qualche strano motivo mi rifiutavo di farlo. La verità è che a quella copia ci ero affezionato, quando compro un libro quel libro rimane mio per sempre, lo marco a fuoco con le mie impronte perché sia un territorio di nessun altro, ci pianto i semi della mia meraviglia. Sono restìo a condividere o a prestare le mie cose: sono geloso di tutto quello che mi appartiene.

Un mio amico, che ha un’opinione troppo alta di me, mi ha chiesto di partecipare al suo corso di scrittura creativa. Dice che sarà una cosa breve, e non ha voluto sentire ragioni riguardo alle mie lamentele. Dice che è troppo tempo che scappo da questa cosa dello scrivere, che tutte quelle che invento sono delle scuse, che è tempo di scoprire un po’ il fianco.

Al primo incontro del corso, mi sono sentito fuori posto: ero troppo cresciuto per quella sedia e stavo scomodo, il banco era troppo stretto e basso per me. Che cosa sto facendo?, mi chiedevo, mentre il mio amico, entusiasta, andava a spiegare ai presenti le regole del gioco. Mi giravo a guardare i miei compagni, sembravano tutti molto fiduciosi riguardo all’esito del corso, con l’espressione concentrata e convinta sulle facce. Come se si potesse imparare, a scrivere.

Volevo smettere, smettere ed andare via, ma ogni tanto il mio amico mi lanciava occhiate convinte, e quando mi vedeva particolarmente inquieto mi apostrofava dicendo “Giusto, Livio?”, facendomi sentire al centro dell’attenzione. Aveva detto agli altri che ero uno scrittore, probabilmente molti di loro si chiedevano cosa stessi facendo seduto come loro su una sedia da quinta elementare, a cercare di riempire un foglio e ad accettare stupidi compiti a casa.

Il fatto è, che io non sono uno scrittore. Mi piace illudermi di esserlo, mi piace raccontarlo alle ragazze per fare colpo su di loro, mi piace dirlo in giro perché fa effetto. Ma uno scrittore, in quanto tale, dovrebbe scrivere dei libri, e io non ne scrivevo uno da cinque anni. I tentativi precedenti erano stati un disastro, erano incompleti, immaturi, senza storia. Ero così saturo di commenti da parte di tutti, che ero rimasto traumatizzato. Tutte le volte che mi mettevo di fronte al foglio, mi venivano gli attacchi di panico: non volevo scrivere, volevo scrivere bene. Mi ero letto gli Esercizi di stile di Queneau qualcosa come dodici volte; avevo ripassato per mesi la grammatica, avevo risfogliato anche lo Zanichelli. Avevo un bagaglio invidiabile, riguardo alle capacità tecniche, ma quando dovevo affrontare il foglio, mi terrorizzavo. Mi sentivo come da ragazzino, nella tenda canadese quando facevamo scout: mi sentivo come la prima volta, quando Elena era sgattaiolata dentro insieme a me e stavamo per fare l’amore. Una sensazione tremenda, di angoscia, paura ed eccitazione insieme, che mi faceva venire voglia di scappare via.

C’è da dire che ero codardo, e tale sono rimasto: preferisco scappare da una cosa, invece che affrontarla. Ero e sono una persona approssimativa: spesso faccio le cose senza cura, fregandomene del risultato finale, specialmente se le faccio controvoglia. Solo con la scrittura mi capitava di avere aspettative tanto alte: pretendevo di essere il nuovo Calvino, e non mi bastava più scrivere le cose per il gusto di dirle, anche senza forma, anche senza linearità. Pensavo giorno e notte che avrei dovuto scrivere un grande romanzo, ci pensavo tanto da stare male, al punto di non mangiare, dormire, o curare la mia vita. Ma in due anni, non avevo scritto nemmeno una riga.

 

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