Ha a che fare con le distanze, tutta la vita ha a che fare con le distanze, le distanze tra le persone, la distanza tra te e la felicità, distanze da percorrere tutti i giorni, avanti e indietro, distanza tra quello che dici e quello che avresti voluto dire, tra quello che fai e quello che avresti voluto fare, distanze di spazio e tempo che non si possono annullare, distanze che non percorro mai.

Pensavo a queste cose mentre la macchina della risonanza magnetica ronzava e martellava attorno alla mia testa e il campo elettromagnetico prodotto mi attraversava il cervello alla ricerca di una causa per i miei sempre più frequenti mal di testa.

Il giorno seguente il medico mi riceve nel suo studio per comunicarmi il risultato delle analisi.

Mi aspetta seduto dietro la scrivania col referto aperto in mano e la faccia scura.

Non faccio in tempo a sedermi che mi spara secco il nome impronunciabile di una malattia.

Ah… e cosa intende fare?, gli faccio, come se fosse il meccanico che mi dice che l’auto va riparata.

Si può operare?

No, questo è assolutamente impossibile, la zona interessata è troppo profonda, le probabilità di un esito positivo di un’eventuale operazione sono prossime allo zero.

Fisso il portafotografie sulla scrivania con un ritratto del medico e la moglie, sorridenti, e mi domando perché sia rivolto verso me.

Ah bene, questo mi leva il pensiero dell’operazione.

Non è esattamente una buona notizia, vede, non possiamo fare proprio nulla, l’unica cosa è scegliere la terapia più adatta al suo caso e allo stile di vita che vuole mantenere fino…

A questo punto credo che avrei dovuto fargli una di quelle domande di rito che si fanno ai medici nei film o nelle soap o nei nostri peggiori incubi.

Ma non l’ho fatto, avevo tutte le informazioni che mi servivano. Non volevo sapere quanto mi restava.

Al momento del commiato il medico mi chiede:

Vuole sapere altro?

No, grazie. Grazie dottore. Grazie di tutto.

Gli stringo la mano poggiando la mia sinistra sul dorso della sua destra.

Ho sempre immaginato di prendere una malattia con un bel nome da sfoggiare a cena con gli amici, questa ho già dimenticato come si chiama.

Torno a casa dove trovo Marta che mi aspetta ansiosa di conoscere il responso.

Le vado incontro sorridente, l’abbraccio forte sussurrandole nell’orecchio:

Sto per morire.

Mi scosta, mi guarda attenta e capisce che non sto scherzando, poi il suo sguardo diventa di odio, verso di me, corre via e scompare in camera da letto per il resto della giornata.

Si rifà viva verso sera, la trovo seduta in soggiorno mentre legge un libro. Accanto a lei sul divano c’è il mio referto medico.

Cosa c’è, pensi di trovare una cura sull’enciclopedia medica di Repubblica?

Sì. Troverò una cura così non avrai la scusa per lasciarmi.

Marta, io non ti lascerò, morirò e basta, non so quando e magari non sarà nemmeno questa cosa ad uccidermi, è semplice.

Si alza di scatto lasciando cadere il libro che atterra su un angolo della copertina rigida, irrimediabilmente rovinato.

No! Non è semplice! Non è questo che mi avevi promesso, mi avevi promesso una vita intera, così non mi basta più non capisci? Un solo giorno di meno e non mi basta più, una vita meno un giorno è troppo poco, non posso sopportarlo, me lo avevi promesso, me lo avevi promesso!

Sì è esattamente quello che ti ho promesso e che intendo mantenere.

Era una questione di punti di vista, dal suo io la stavo lasciando, aveva deciso che era colpa mia, mi odiava per essermi ammalato, per non averglielo fatto sapere prima, prima di innamorarsi di me e sposarmi, sposare un uomo con la data di scadenza, voleva farmela pagare.

Andiamo a dormire senza rivolgerci più la parola.

La notte mi sveglio, mi stupisco di quanto sono sereno, neanche un’ombra d’ansia, la guardo dormire accanto a me e ripenso alle distanze, la distanza tra la fine del mio braccio e l’inizio del suo, tra la fine del mio fiato e il suo, e capisco che ha ragione e l’idea di un solo giorno in meno è insopportabile anche per me.