Palermo parte terza

- 17 Febbraio 2010

Via Candelai

Qualcosa non quadrava: a conti fatti, era impossibile che Valerio, detto Apache, avesse partecipato alla Guerra del Golfo. Sarà per il suo aspetto che ‒ beato lui ‒ lo posizionava in un’età indefinita tra i 30 portati così così e i 40 portati bene, ma quando raccontava, perdendosi in dettagli, missioni militari e avventure degne dei peggiori film propagandistici hollywoodiani non lo si riusciva a prendere sul serio.

Ce n’era una, in particolare, che aveva fatto quasi intenerire la band: durante una tempesta di sabbia nel deserto di chissàdove, Valerio si era rifugiato dentro un elicottero da guerra Apache insieme a una giornalista svedese da cartolina. E ovviamente, era stata la notte di sesso più lunga, passionale e focosa di tutta la storia della Mesopotamia, della Svezia e della Sicilia. Valerio da allora era stato soprannominato “Apache”, prima segretamente, poi sottilmente, poi spudoratamente, da tutti gli amici di sempre, i colleghi all’Inps (nella vita reale era un comunissimo impiegato) e anche dai membri della band (che si guardavano bene dal chiamarlo così sul palco, però).

Se bravo non era a condire le sue minchiate, Apache era bravissimo però al basso. Nei suoi leggendari racconti aveva suonato con Vasco Rossi e Ligabue non si è capito mai bene in quale concerto (e se la città cambiava di volta in volta, nei racconti, la giustificazione era che si trattava di un tour). Poi si era trovato a suonare nei Sultans of Swing, quartetto con base a Palermo di over trentenni dai sogni musicali infranti. Le portate principali erano cover dei Dire Straits, un pizzico di Springsteen e Lou Reed e, quando capitava, di nascosto, un po’ di roba poco nota di Leonard Cohen per non dare del tutto soddisfazione a quella parte di pubblico che amava vantarsi dicendo: “Questa la conosco! È quella che fa…”

Altro merito di Apache era il sapersi proporre: camice di simil seta nera, jeans scoloriti e capelli lunghi e lucidissimi, sorrideva verso il pubblico (femminile, ovviamente) con una sicurezza che tutti gli altri gli invidiavano, specialmente il cantante, mediocre eterno fuoricorso in Filosofia con ancora qualche sogno in tasca.

Quella sera suonavano in un localino ai Candelai, la viuzza dei pub senza troppe pretese, dove avevano una serata più o meno fissa al mese grazie a pietà e amicizia del proprietario, Mario Zeppelin (così chiamato per le sue dimensioni e le sue passioni musicali). E, come in ogni occasione, con il suo sorriso abbagliante, Apache dal palchetto sondava il pubblico alla ricerca della più carina del locale, verso cui concentrare le proprie attenzioni.

Non era difficile per gli altri rendersi conto delle sue galanterie musicali: sguardi, cenni con la testa e la bocca, dediche suggerite con il labiale. Quella volta la sua vittima era una giovane universitaria con “Erasmus” scritto sulla fronte, nonostante la frangetta bionda cercasse di coprirlo.

A fine serata, la strategia era la solita: “Ti è piaciuta la canzone che ti ho dedicato? Sì, era pensata per te, non era in scaletta, l’ho suggerita io agli altri. Sai, ho suonato con Vasco Rossi, do you know Vasco Rossi? No, sono single. Dai, non sono così vecchio! E tu? Di dove sei? Per quanto tempo resti in Italia? Posso offrirti un’altra birra?”.

Non troppo spesso, diciamo una volta su cinque, gli altri membri del gruppo gridavano “Apache” e lo chiamavano al loro tavolo per un brindisi, ma era più che altro per rompergli le palle. E il più delle volte, come quella, Valerio riusciva a non incazzarsi e coglieva la palla al balzo, raccontando la sua più mitologica ed erotica avventura: “Sai perché mi chiamano Apache?”.

Quella volta però, l’epilogo era stato diverso dal solito. Dopo cinque minuti di discussioni concitate in un inglese imbarazzato, la ragazza aveva buttato giù 25 cl di birra in un solo colpo, si era alzata in lacrime ed era uscita di corsa dal locale. Mario Zeppelin era spuntato alle spalle di Apache subito dopo avere assistito alla scena e con la sua tipica finta aggressività sorniona gli aveva detto: “Ma non ti vergogni, così piccola? Potrebbe essere tua figlia!” .

Una frazione di secondo dopo, Mario era a terra con il naso rotto e Valerio aveva lasciato il locale, in lacrime anche lui, mentre gli altri erano scattati in piedi e cercavano di capire che cosa fosse successo.

I Sultans of Swing hanno ripreso a suonare due mesi dopo, ma Apache da allora ha smesso di sorridere alle belle ragazze tra il pubblico. Ogni tanto sparisce per una settimana, senza raccontare nulla di chissà quali viaggi avventurosi.

 

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