Palermo parte seconda

- 10 Febbraio 2010

Via dei botti numero 5

Ispirato a un paio di storie vere

Non era un botto qualunque. Da quando aveva preso quell’appartamento (termine quanto mai generoso) alla Kalsa, Paolo era in grado di distinguere almeno 10 tipi di botti diversi, e quello non era un fuoco d’artificio. La tessera immaginaria di esperto veniva rinnovata ogni anno. La stagione partiva intorno ai primi di settembre: solo l’antipasto prima del rush finale entro capodanno, che culminava in una caotica orchestra di esplosioni e colori sincronizzata alle 00:00 dell’anno nuovo. E, ogni volta, lo spettacolo di quella che era stata soprannominata “Via dei botti” era un trionfo di Santa Rosalia. Poi quegli scoppi andavano diradandosi, più o meno fino a metà febbraio, in modo che le scorte si esaurissero e l’economia del quartiere fosse pronta a ripartire intorno a quel fortunato business. Oltre al contributo economico in fatto di visite ai retrobottega della zona, gli scoppi accrescevano la creatività degli abitanti della zona. Ogni sussulto dovuto a uno scoppio veniva accompagnato da una nuova offesa: dal più classico “teste di minchia” al più religioso “figghi ru riavulu”, passando per il più colorito “avissiero mòriri di diarrea”.

Il fatto che quella notte tremasse anche il palazzo (non i vetri, ma proprio il palazzo) non era una discriminante. Una “cipudda” ben piazzata l’anno prima aveva fatto cadere la bomboniera della laurea della sua ex. Non che fosse una gran perdita, una coccinella di vetro grossa quanto un pollice e di cui voleva sbarazzarsi comunque.

Insomma, qualcosa non lo faceva persuaso, motivo per cui Paolo si era alzato dal letto, lasciando lì Anna (che non la svegliavano manco le cannonate, figurarsi quindi i botti) e si era affacciato. Non era il solo abitante della palazzina ad essersi insospettito. Dopotutto, chi abitava lì collezionava tessere da esperto da una vita, o a sua volta le fomentava portando avanti l’economia, ognuno a modo suo. Quello che gli abitanti di via Scardina avevano visto non rientrava sotto la voce “teste di minchia che festeggiano”, ma sotto la più rara “teste di minchia ubriache”. O almeno questa era la diagnosi della signora Maria Pia del piano terra, che si era premurata di riferirla all’occupante del SUV che si era schiantato contro il portone. Il ragazzo aveva lasciato il mezzo, barcollante, e si era avvicinato alla signora per porgerle le sue scuse e il suo biglietto da visita: Anselmo Miccino, esperto di public relations, via Libertà 64. «Mi raccomando, signora mia! Mi mandi il conto dei danni che le spedisco un assegno! Non c’è problema!».

La signora Maria Pia agitava il suo bastone come la Durlindana, mentre assicutava l’ingellatissimo giovanotto invitandolo ad aprire il portafogli e pagare lì, subito, il danno. Chissà secondo quali competenze, la signora Maria Pia aveva stimato il danno in una cifra tra i seicento e i milleduecento euro, e il giovanotto era riuscito a consegnarle due banconote da cinquecento. La carolingia vecchietta non era certa della autenticità di quelle banconote di enorme taglio (ovviamente mai viste prima), e a rassicurarla era giunto proprio Paolo. Due pacche sulle spalle, due saluti poco cordiali, e il SUV si era allontanato zigzagando. Guardandolo scomparire verso il Foro Italico, Paolo si era sentito spinto a complimentarsi con la signora Maria Pia per il raffinato uso della diplomazia.

«A noi di via dei botti, in quanto a finezza, quelli di via Libertà ce la possono sucare», gli rispose.

 

2 commenti su “Palermo parte seconda

  1. 1

    amo Palermo. senza averla mai vista.

  2. 2

    come dire, un amore profondo