Palermo parte quarta

- 24 Febbraio 2010

Piazza Politeama

Avevo sempre avuto il desiderio di lasciare Palermo. E negli ultimi anni il desiderio era diventato sempre più pressante: avrei voluto una città dove non dovevo fare lo slalom tra la munnizza quando uscivo il sabato sera, dove non dovevo attaccare tre-catenacci-tre al motorino, dove la mattina non dovevo svegliarmi con il carretto con quello che abbanniava “accattativi i patati” e la sera non dovevo andare a dormire con il vicino parcheggiato sotto casa con lo stereo che spargeva nel quartiere la voce di Toni Colombo e varie altre sonorità ricercate (dai carabinieri, forse).

Con tutta la buona volontà, solo a piccole dosi riuscivo ad apprezzare questi aspetti quasi arabi della città dove ero nato, cresciuto e fidanzato. E (secondo le previsioni della za’ Nina, maga della zona nonché venditrice di corredi) dove mi sarei maritato, fatto tre figli e schiattato serenamente nel mio letto.

Le previsioni della za’ Nina, un contratto a tempo determinato in un’agenzia pubblicitaria piena di squali, murene e minchie marine, e ovviamente l’amore per Annalisa mi avevano reso prigioniero fino a quel momento in una città che mi offriva ogni giorno nuovi motivi di lagnanza.

Quando con Annalisa, di punto in bianco, avevamo deciso di lasciarci (senza troppi giri di parole, le cose non funzionavano più), confesso che m’era venuta la tentazione di soffocare la za’ Nina nel sonno e di piazzare una bomba nello studio, per svincolarmi dagli ultimi legami. Ma siccome, si sa, ammazzare una maga porta chissà quanti anni di attasso e per sapere come piazzare le bombe avevo frequentato le persone sbagliate, ero rimasto a Palermo. Inaspettatamente e involontariamente, appena pochi mesi dopo, una via di fuga me l’aveva offerta mia madre (l’ultima persona al mondo che avrebbe voluto vedermi andare via, ovviamente).

“Il prossimo fine settimana viene Valentina, te la ricordi? La figlia di tuo zio Ignazio, quello che sta a Varese.”

“Non è mio zio”, dissi, mentre tenevo lo sguardo fisso sulla pasta con le melanzane.

“È compare d’aneddi di tuo padre, l’hai sempre chiamato zio.”

“Quando avevo cinque anni, ora a 28 la conosco la differenza tra uno zio e un compare.”

“Vabbe’, sei ‘sperto tu, che sei dottore. Comunque, viene Valentina in vacanza a Palermo. Non viene in Sicilia da quindici anni. Che fa’, l’accompagni in giro a dda’ picciotta?”

“Ma che viene sola?”

L’idea che una ragazza venticinquenne venisse a Palermo in vacanza da sola avrebbe dovuto scandalizzare più mia madre che me.

“La sua amica è rimasta a Varese… mischina ha avuto un incidente e c’ha la gamba ingessata. Ma Valentina ci teneva a farsi ‘sta vacanza, anche per salutare gli amici e i parenti.”

Essendo l’unico figlio laureato ‒ gli altri due per fortuna avevano scelto dei lavori seri, uno meccanico, l’altro commesso all’Auchan ‒ era normale che venissi nominato guida turistica, compito che per mia mamma comportava profonda conoscenza, e in effetti avevo una settimana libera in attesa che mi rinnovassero il contratto (forse). Oppure semplicemente mamma voleva benevolmente farmi conoscere una bella ragazza per dimenticare Annalisa. Le vie delle madri sono imperscrutabili.

Valentina, in effetti, era una di quelle ragazze che ti fanno perdere la testa, senza se, senza ma e senza però. La bimbetta di dieci anni che avevo visto l’ultima volta tanti anni prima era una donna splendida, una di quelle bellezze assolute, da cartolina: bionda-snella-occhi chiari. A Palermo era una perla rara, e mentre eravamo seduti a Piazza Politeama a mangiare una granita, qualunque masculo passasse le lanciava un’occhiata, anche due. Un tizio le aveva pure pittorescamente dedicato una “sucata di babbaluci”, tipico rumore d’apprezzamento siciliano.

Ero appena andato a prenderla all’aeroporto, e da un ordinario “come è andato il viaggio” eravamo arrivati a raccontarci i nostri ultimi quindici anni di vita, tanto da sentirci la gola secca e decidere di prendere la granita di cui sopra.

Più la ascoltavo, meno facevo caso a quel suo fastidioso accento continentale, e più mi accorgevo di come la sua bellezza fosse come il canto di una sirena, che prima ti attraeva e poi ti trascinava in profondità, nel mare di idee, pensieri ed esperienze che era la sua testa. Quella granita fu la prima di una lunga serie, l’appuntamento fisso del pomeriggio tra una visita ai parenti, un bagno a Sferracavallo, una gita a Monreale, e altro ancora. Chissà per quale motivo, anche lei sembrava che fosse attratta da me. Non mi chiedete perché, che a queste cose non sa rispondere manco il padre eterno. Misteri della fede, dunque.

All’ultima tornata di parenti, all’ennesimo “Ma quel picciotteddo che t’accompagna è il tuo ragazzo?”, non avevamo balbettato una smentita, ma le nostre guance erano diventate dello stesso identico rosso, e lei aveva risposto sì, sfoderando quel sorriso, bello come quando era bambina.

Mi vedevo già a Varese, senza musica napoletana nelle orecchie, senza venditori di patate per strada, con la differenziata da preparare ogni sera e una donna bella e intelligente al mio fianco. Quando l’avevo accompagnata all’aeroporto, una settimana dopo, avevamo smesso di ridere per chissà quale minchiata e all’improvviso ci eravamo baciati, per la prima volta.

Non vi dirò se fu anche l’ultima. Venitemi a cercare e vi dirò.

Sempre che riusciate a scovarmi.

 

3 commenti su “Palermo parte quarta

  1. 1

    Varese? :O
    Meglio Palermo, fidati!

  2. 2

    bella storia..non sapevo questa tua insofferenza verso palermo hihihih

  3. 3

    meglio Palermo di Varese, non ci piove… (in tutti i sensi, direi)

    boh la mia insofferenza verso Palermo credo sia condivisa e condivisibile da parte di tutti coloro che ci hanno abitato, figurarsi da chi come nella storia ci è nato e ha conosciuto solo quella… :/