Ore undici e cinquantuno, antimeridiane. Direzioni Diverse del Teatro degli Orrori dalle casse invisibili e senza bassi e senza senso del mac, un attimo prima di mandarlo in sleep.

Sì, ha smesso di nevicare, ma basta guardare fuori per percepire il freddo che c’è. Lasciate ogni speranza voi che uscite. Ma l’armadio è sistemato e i vestiti sono più o meno piegati sul letto, e prendiamo coraggio e ci armiamo e armiamo l’ipod e le converse e quando ci lasciamo alle spalle il portone del condominio è troppo tardi per ogni ripensamento. Che la neve non attacca e le strade sono gonfie d’acqua e le converse pesano già il doppio. Ma sono anche quella puntina rotta da secoli, sono quel foglietto stropicciato dentro al portafogli con scritto marantz tt42, che poi sarebbe il mio giradischi.
Con la grafia lievemente inclinata di Egle che se non era per lui probabilmente anzi sicuramente avrei cercato una puntina a caso. Il giradischi che avrebbe meritato un possessore migliore, e che adesso ci va di riportare in vita. Come me. Come i passi indecisi verso un negozio di cianfrusaglie fintamente elettroniche appena oltre l’angolo del viale, che sembra non arrivare mai. Con la sigaretta incollata alle labbra gelide, e il vento che la fuma al posto mio come fuori Easter Road, a Leith, svariati anni fa. Ma era davvero un’altra vita ed era una delle prime sigarette in assoluto.

E gli occhi del commesso prendono tempo per immaginare quanto possa costare la puntina, dimenticata insieme ad altre cinque o sei ad impolverarsi in un cassetto. Come in quel posto ad un metro dalla laguna dove andiamo a bere e a mangiare e a sfiorarci le mani e gli stomaci, e dove ogni volta il conto è diverso. È mutevole e non lo indoviniamo mai e spesso lo sovrastimiamo, almeno lì. E alla fine tra tutte le valutazioni del caso le cianfrusaglie fintamente elettroniche e i prezzari ingialliti, me ne torno a casa con l’idea che il commesso un po’ mi ha fregato. E forse questa è una sottostima.

La puntina combacia perfettamente al primo tentativo d’incastro, e non posso non lasciarmi sfuggire un mezzo sorrisetto ebete, tipo quelli di quando si finiscono i concerti e ti dici adesso facciamo una faccia decente ma al primo applauso sei già che guardi per terra perché ti senti le guance tirare. E l’armadio è ordinato e fa tutto un altro effetto, e il vinile dei Massimo Volume non l’ho mai potuto ascoltare perché la vecchia puntina è defunta qualche mese dopo il loro ritorno, e mi sembra doveroso cominciare da loro. Noi che c’eravamo quell’otto novembre duemilaeotto a Bologna. A perdere la voce e a riempirci di tutte quelle cose che avevamo atteso da troppo tempo.

Ma chère qua si cambia musica ho comperato la puntina al giradischi, e mancheresti abbastanza ti scrivo mentre Atto Definitivo riempie la stanza e l’armadio aperto. E al primo scratch al primo granello di polvere, comincio a ridere sul serio. Che avevamo bisogno di tornare per sentirci così. Che ci siamo aggiustati e le piccole imperfezioni ti fanno soltanto sentire più vero. Che sono anche questo, come i colpi al cuore per le diciassette chiamate senza risposta di Bordeaux, come gli occhi spenti di Torino e le lacrime bolognesi d’inizio aprile. Inutile nascondersi inutile nasconderlo.

E la nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti, che sono da riempire, che prima non ci sarebbe stato spazio per null’altro. E ci penso e mi ritorni in mente, ed eravamo a Pisa con la macchina esageratamente piena di strumenti, come sempre. Decidere di cambiare il solito tetris di tastiere e rullanti e amplificatori e scoprire una sistemazione migliore, per le nostre schiene e per le nostre gambe e per i nostri occhi. Che passavamo per il Lungarno e per la chiesetta di Santa Maria della Spina riuscendo a goderci la vista. Non lo avremmo creduto mai. Sembra passata una vita.