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La nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti 3

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Ore dieci e quarantaquattro, antimeridiane. Amie di Damien Rice dalle casse invisibili e senza bassi del mac.

Poi mi viene in mente che solitamente negli armadi delle persone normali ci stanno i vestiti. E io non mi sono ancora trovato ma ti scrivo intanto ho raso al suolo l’armadio tra un po’ comincio con me. bonne déjeuner et bonne recherche. Che poi ci penso e déjeuner forse vuol dire pranzo e io intendevo la colazione.

Poi sistemo tutto con cura, riempio gli angoli e limito gli spazi, mi soffermo sul lavoro fatto e cambio qualcosa. Sposto gli usati garantiti universitari da destra a sinistra, infilo anche tutti i libri i romanzi i racconti che avevo smistati sulla scrivania, raccolgo i ciddì. Mi gratto la testa e i pensieri che santificano il mio tono indaffarato da mobilitazione generale, piazzo i dischi in modo diverso così ci stanno anche i vinili, che gran parte sono quelli di Unhip e un po’ sono quelli che mi ha lasciato mio padre e due o tre sono quelli che mi sono comperato io.

Penso la nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti. Suona bene come frase, suona come un qualcosa di già detto. E fuori nevica ma meno, e continua a non attaccare. E se si fa attenzione, si sente anche il mare.

E adesso che almeno l’armadio è stato ricomposto dopo la coventrizzazione interna, direi che possiamo passare a me, direi che possiamo annegare in doccia e pettinarci la faccia e continuare a trovare verbi sbagliati per sottolineare tutte le nostre azioni. Nudo mi guardo allo specchio per ritrovarmi nelle cose che sono successe, ma tutto passa a parte lo squarcio sopra un occhio figlio di un’altalena e della sbadataggine dei miei tre anni, e i capelli un po’ così risultato di una genetica inesorabile e impietosa. Ma guardiamoci meglio, guardiamo gli occhi più scuri, spenti dalle notti insonni, pieni di paesaggi antitetici del ghiaccio di Bolzano e dei quindici gradi decembrini di Catania. Del mare del nord e delle centrali nucleari, delle piazze squadrate di Berlino e dei camerini dove ci addormentavamo con il cellulare in mano provando a ricordare il tuo numero a memoria. Sentiamo la voce più posata e più tagliente fatta di tutte quelle parole che il vento si è portato via. Di tutte quelle persone con cui abbiamo incrociato gli intenti. Sentiamo nella bocca il gusto di tutte le cose che non odorano di casa, fino a dimenticarsi di avercela, una casa. Le nostre diete forzate a base di carboidrati, i piatti tipici nei ristoranti tipici, l’odore dei vini rossi nei calici mentre li facciamo roteare centinaia di volte. Come le nostre teste. Come i brindisi e i saluti e tutte quelle volte in cui ci siamo chiesti ma dove siamo? tutte quelle volte in cui ci perdevamo tra gli scaffali degli autogrill tutte quelle volte in cui avremmo voluto urlare ma dalla bocca non usciva nulla.

Sono troppe cose per fermarle insieme, sono tutte scolpite sul mio corpo nudo e troppe di queste sembrano invisibili, da osservare con attenzione, da fermarne i particolari. Prenderle con calma, selezionarle sezionarle, lasciarle scorrere piano tra le dita.

Che ogni volta che mi guardo allo specchio mi chiedo cosa sono, e forse adesso capisco che sono quello che faccio.

E adesso il mare si sente chiaramente. E ha smesso di nevicare.

 

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1 commento

  1. è che amie fa troppo male.
    ciao!