La nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti 2

Ore nove e ventinove, antimeridiane. Lina dei Bachi da Pietra, dalle casse invisibili del mac.

Tra le cose da sintetizzare c’è anche il giradischi rotto. Non è una questione di polvere o di ascolti esasperati, è una questione di puntina. Da cambiare.

E l’armadio è molto più anarchico di quello che pensavo. Come mischiare i miei diciassett’anni ai miei ventidue senza alcun rispetto. Come quando fuori nevica e non sai dove trovare un ombrello nel raggio di isolati. E adesso nevica molto più di prima.

Quando ci prende meglio ci armiamo di buone intenzioni e ci tiriamo su le maniche e cominciamo a svuotare l’armadio, e insieme ai libri ai dischi e a tutto il resto vieni fuori anche tu in svariate forme, tu che intanto starai azzannando un petit beurre a mille e cento chilometri di distanza, più o meno.

Io che intanto separo tutti i libri universitari dalle fotocopie dagli appunti. E rivivo la noia in biblioteca a fingere di studiare e tutte le sigarette che abbiamo fumato perché non avevamo altro da fare. Quando eravamo bravi. E il brivido ingiustificato di quando sentivamo il nostro nome prima degli scritti. E il brivido giustificato di quando ci arrimpicavamo sugli specchi agli orali. I ventisei, i ventisette. L’unico diciotto. Diritto della comunicazione provato miliardi di volte. La nostra informatica che profumava di campari perché ci dicevamo che solo l’alcol avrebbe sconfitto il linguaggio binario. E correvamo la notte in bicicletta passandoci la bottiglia di vodka come fosse la borraccia di Coppi e Bartali, quella della foto. E tu non c’eri. Come non c’era tutto questo bisogno di una sigaretta. Non so cosa sono ma forse in certe cose sono un po’ peggiorato. Dov’è l’accendino?

E in mezzo al tutto c’è questo quadernino sbeccato e lo riconosco all’istante ed è un epistolario ginnasiale di una storia finita peggio. E finisce nel cestino senza nemmeno venire aperto. Con gli appunti, con i nostri attacchi di cuore, con un pacco di vecchie scalette di concerti di spartiti di quando pensavo davvero che avrei imparato a leggere la musica.

E in mezzo al tutto passo ai dischi e con i dischi siamo più indulgenti. Molto più di qualche tempo fa, come quando erano i primi freddi e i vetri della macchina si erano gelati e abbiamo tolto il ghiaccio grattandolo con un ciddì cartonato trovato sotto il sedile. E tu ridevi. E io rido mentre prendo la pila dei dischi più discutibili, e li cestino tutti. Che l’indulgenza ha un limite. Ma la discografia completa di Bon Jovi fino a quando sembrava avere un minimo di decenza, la tengo per eBay.

Siamo anche questo, siamo anche tutte le varie ed eventuali che vanno a sfamare il cestino che ormai trabocca e le risputa, e quella scatola con l’uranio impoverito che in realtà è un cofanetto di Quality Street piena di foto. Foto oscene con capelli osceni in atteggiamenti infantili. Foto indecenti con vestiti indecenti in posti indefiniti. La faccia più rotonda, le guance più rosse, gli occhi più svegli. Ma le teniamo tutte che così ogni tanto mi ricorderò di com’ero, almeno nella forma. Spero che tu ti stia trovando io qua sto facendo colazione con un macaron au chocolat mi scrivi mentre comincio a pensare ai miei difetti di valutazione, che le uniche cose certe di questa mattina delirante sono te che sei lontana, l’università che non l’ho ancora finita e le bacchette che nella sacca me ne sono rimaste solo un altro paio.

 

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1 commento

  1. Niccolo'

    Boscolo…piu’ rileggo i tuoi appunti qui e sul tuo blog e piu’ mi convinco che se la musica gia’ ti ha dato tanto, ci sara’ il momento anche per la scrittura. E permettimi se commento su questo e non sull’ultiissima puntata n.3, ma a “E correvamo la notte in bicicletta passandoci la bottiglia di vodka come fosse la borraccia di Coppi e Bartali” mi sono sentito chiamato in causa. E vieni a trovarmi un weekend.