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La nuova disposizione delle cose lascia molti spazi vuoti 1

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Ore nove e dodici, antimeridiane. Silenzio.

Nell’armadio sembra essere scoppiata una bomba a mano. Un po’ come nella mia testa. Per questo sono tornato a casa, dopo mesi a macinare chilometri e camerini e mal di schiena, qui a quattro passi dal mare. Non per l’armadio ma per ricucirmi i polsi, per capire cosa sono e che tempo fa, nella mia testa almeno. Che me lo chiedo praticamente ogni volta che mi guardo allo specchio, ogni volta che riesco ad andare oltre alla mia faccia spigolosa e sfocata da fototessera sbiadita. Ogni volta che ascolto un disco, che mi cerco nel disordine delle scrivanie tutte uguali degli alberghi senza stelle, tra scontrini di pasticcerie moleskine distrutte libri segnati pieni di annotazioni e frasi sottolineate in viola. In tutti i fogli che ho riempito di cose inutili, di disegni sbilenchi. Nelle nostre foto appiccicate al muro. Per sintetizzare tutte le sensazioni le cose le persone che ho raccolto e che non ho avuto il tempo di catalogare.

È una cosa giusta mi hai detto mentre ti telefonavo per renderti partecipe dei miei ritorni sbilenchi almeno darai un senso alla collezione di autogrill che ti sei fatto in tutto questo tempo. Mentre mi dicevi che i miei ritorni coincidevano con le tue trasferte lowcost d’oltralpe a fantasticare da Colette e a saccheggiare i negozietti vintage del Marais. Mentre io non ti dicevo del buttafuori che voleva menarmi fuori del Maffia a Reggio Emilia solo per non farti preoccupare. Fuori nevica e qui a quattro passi dal mare è un evento.

Dentro l’armadio c’è uno spaccato di quello che sono, e sono tre anni di libri universitari usati garantiti, franati su oltre dieci anni di dischi discutibili, franati su una pila di varie ed eventuali capitanate da tre numeri di PIG la custodia di un nokia defunto da anni e una scatola che potrebbe contenere dell’uranio impoverito. E un paio di bacchette nuove che chissà come ci sono finite, lì dentro.

E in mezzo sono degli sbadigli eterni come i regionali da Bologna a Padova, per una mattina che è cominciata con il piede sinistro, quello sbagliatissimo. Che fuori nevica e il caffé ha avuto l’effetto di un bicchiere d’acqua calda. Come i caffé di Dresda. Come l’inadeguatezza della neve che scende esagerata per noi che non ne siamo abituati. Ma che tanto non attacca. E cosa sono me lo chiedo mentre ti immagino a provarti una giacca di trent’anni fa. E devo ritrovarmi e capire chi sono e adesso non penso ad altro che all’armadio. Che sembra di vedermici riflesso, meglio di uno specchio. Che sembra che lasciarlo così sarebbe come lasciare me stesso. Che magari comincio a fare ordine da qui.

Che poi non so neanche perchè l’ho aperto, l’armadio.

 

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4 commenti

  1. “ghirigori per riempire la tela avanzata da un bravo pittore”, dicevano quelli.
    cacchio, bello, clap clap.

  2. Hai una nuova ammiratrice. (L’ammiratrice sono io.)

  3. Se piango è merito tuo o sono io che sono suscettibile!?

  4. bellina '93

    che dire… intenso, giovane, citazionista, capo del battello… da sposare…