PROLOGO

Le parole sono le prime a stabilire che tutto ciò che non è netto, è immondo. Immondo avrebbe ragione di significare che sta nel mondo, che gli appartiene, che è proprio nel cuore del mondo. Lì, al centro, a pulsare. E invece, le parole decidono che immondo con il mondo non ha niente a che fare. Il mondo è netto, tondo, pieno, sano. Ciò che immondo non lo è, è accartocciato, sbucciato, pressato, lamellato, spremuto, scartato, buttato. Ma se le parole ragionassero, su sé stesse e sulle cose del mondo, anziché incastrarsi istintivamente tra di loro e farsi parlare senza cognizione di causa, se ragionassero su in- im- ri- dis- anti- e de-, allora immondo è, e mondo (semmai) è stato.

APRILE 2010

Ha smesso di piovere da quattro giorni. La città si è asciugata. Adesso il maledetto pavé del Corso si può percorrere anche con i sandali. I ragazzi hanno deciso di uscire. Sono andati a prendere il sole al Colosseo. Ho deciso di andare anche io.

Selene, Vito, Miguel e Giada entrando nell’Anfiteatro Flavio, hanno cominciato a scattarsi reciprocamente foto con il cellulare, dicendo che avevano sempre sognato di vedere il set del Gladiatore.

Selene: E certo però, che è rovinato assai.

Vito: Ma nel film, non era mica a cielo aperto. Io il tetto me lo ricordo.

Giada: No, non ci stava il tetto. Però non era così. Nei palchi c’erano delle graziosissime chaise-longue di velluto rosso.

Miguel: Amori, guardate che Il Gladiatore è un film di dieci anni fa. Hai voglia che qualcosa è cascato.

Questo si sono detti. E poi si sono messi comodi nei davanzali delle nicchie, a farsi riscaldare le ossa dal sole come tanti gatti.

Sono rimasto a guardarli, mentre nascosti dietro le maschere degli occhiali da sole giganti, placidi e tranquilli, si godevano il calore come se quello che è accaduto non li riguardasse. Come se stessero prolungando l’esperienza fatta dentro la Casa. È stato allora che ho capito. Se il destino crudele mi ha risparmiato, lo ha fatto perché io potessi raccontare. Sono stato il loro autore per cento giorni, adesso saranno loro a dettarmi le parole.

Perché se mai qualcuno è sopravvissuto in un minuscolo punto di questo mondo con il quale non riesco a connettermi tramite satellite, o se gli alieni ci raggiungeranno, è giusto che queste memorie raccontino ciò che sta accadendo.

Sono arrivato a 38 anni conducendo una vita da perfetto ecologista, vegetariano integrale e meticoloso riciclatore. Sono andato avanti convinto che il mondo non c’è l’avrebbe fatta, che sarebbero finite le risorse, l’energia, l’acqua. E invece. Il mondo è salvo. O almeno, il mondo è salvo per questi quattro deficienti, più me. E per loro, per noi, ci sono risorse illimitate di energia, acqua, cibo, vestiti, case e quanto si possa desiderare.

Sono morti tutti. Eccetto Selene, Vito, Miguel e Giada. E io, che mi chiamo Marco. E la cosa peggiore è che siamo tutti sani e nel pieno dell’età della riproduzione.

L’umanità potrebbe ricominciare da qui.