La prima volta che abbiamo fatto l’amore si è rotto il preservativo, era scaduto, era l’unico rimasto, era troppa la fotta e mi conoscevi da troppo poco tempo per chiedermi di concludere in un altro modo. Mi sei piaciuto subito, Lubitch, e mi piaceva anche la tua morosa, fanculo lei e tutti i suoi tatuaggi, non potevo, non potevi. Non avremmo potuto, se Marta non fosse partita. Poi un massaggio alla schiena degenera in un’erezione inequivocabile e lei è lontana e non abbiamo nemmeno bisogno di baciarci: non è la tua bocca, Lubitch, non è mai la tua bocca.

– Hai sentito il rumore?

– No.

Rotto è rotto, sporco è sporco, copriamoci, fa un gran freddo. A letto non si fuma, prendo un sorso d’acqua dalla bottiglietta e dovrei pisciare. Me la tengo. Mi chiedi come facciamo, cosa ho intenzione di fare. Ti chiedo quando ti sono venute l’ultima volta, non ti ricordi, che giorno è oggi?

– Io credo che lo farei, un figlio con te. Mi sembra che saresti un buon padre.

– Stai delirando.

Poi Lubitch pensa la frase: “Non so se saresti una buona madre” e di corsa arriva l’altra frase: “Marta, lei sì che sarebbe stata una buona madre”. Ma il cugino non dice niente, non dorme e non ha risposte: “figlio di un cane / figlio d’amplessi rubati / figlio di cinque minuti / figlio di un preservativo rotto”. Quando la tua vita finisce in una canzone di Ligabue è ora di cambiare vita, dice Lubitch.

Dormiamo e ci svegliamo e decidiamo che aspettiamo, evitiamo la pillola del giorno dopo e vediamo cosa succede. Tre giorni di Passione, come a Pasqua, e il terzo giorno Maddalena smette di piangere e rotola via il macigno dal tuo utero, è sangue, Cristo, non sei incinta. Esplodono gli universi probabili in cui abbiamo ambientato le nostre assurde fantasie parentali, e nell’incubo di Lubitch c’era Marta bruciata dal sole di Tirana che guardava il suo povero figlio mancato, e nel mio incubo bruciavano tutti gli uliveti di Cagnano ed era colpa mia.