17,00

Apro la porta e mia nipote di otto anni si lancia di corsa lungo il corridoio bianco con piastrelle blu. “Piano…” è una parola che si infrange sulle onde del suo entusiasmo. Dove trova le energie dopo un’ora di… “Carlotta, togliti le scarpe!”. Mi parla della lezione di pianoforte mentre la aiuto a sfilare gli stivali rosa da pioggia.

Fortuna che quella segretaria così carina del turno di mattina mi ha fatto un favore. Essere gentili paga a volte. Così ci siamo intrufolate nel corso, seppur arrivando dopo il termine di iscrizione che era ieri, come minacciosamente ricordano ancora i cartelli con “tassativamente” scritto sopra.

“Vuoi che entri con te?”

Fa da sola. Bene, tanto dopo mi chiamerai, si sa. Mi accomodo sulle panchine davanti alla vetrata che separa il mondo terrestre dal mondo acquatico. Da qui sembra di essere nella pancia di un’astronave in esplorazione spaziale, dove i giovani virgulti che popoleranno un nuovo mondo si costruiscono braccia e gambe dritte e forti. Fuori le luci dei lampioni sembrano puntini di piccole stelle. Il resto è buio spaziale.

Una coppia di genitori si salutano calorosamente e mi distolgono dai miei sogni scenografici. Davanti a me, allineati su panchine, i bambini attendono l’inizio dei cinquanta minuti di lezione. Corpicini raggomitolati in accappatoi spesso troppo grandi parlottano fra loro. Alcuni ridono, altri sono silenziosi, forse aspettano l’amichetto del cuore. Alcuni salutano le mamme di qua dal vetro, una signora stretta in un giubbotto luminescente e paillettato ricambia un saluto. Un paio sembra stiano cantando; sembra, poiché non si sente nulla di quanto accade oltre la vetrata.

L’istruttore arriva, batte le mani e all’unisono i bimbi si alzano e lo seguono come oche in marcia verso bordo vasca. Anche la mia nipotina mi saluta, fiera. Una sorta di bandiera multicolore di una nazione sconosciuta si forma sugli appendini che accolgono gli accappatoi dei bimbi. I più bravi si tuffano, alcuni si lasciano cadere portandosi le dita al naso, qualcuno scende lento dalla scaletta. L’ingresso in acqua è un indice di carattere.

Dopo pochi istanti, via! E parte un mulinare di braccia sottili. Sembrano martelletti di macchine da scrivere subacquee. Le corsie sono riservate per età. Nella prima, virgulti del ’99 si inseguono, paiono girini, con quelli più veloci che devono stare attenti a non toccare il compagno di vasca davanti.

In quella successiva c’è la nipotina nata due anni dopo, che insieme agli altri ora è passata a rana. Il movimento delle teste con le cuffie colorate mi ricorda quello di piccoli pistoncini di un motore.

E poi c’è una corsia riservata a due ragazzi con problemi motori. Ecco, questo mi fa sempre commuovere.

Mi sposto al bar per prendere un caffè. Trovo donne in tuta e uomini in chiacchiere.

Origlio conversazioni, eccessi di tifo e commenti tecnici approssimativi.

E poi la lezione è finita. I girini escono dall’acqua all’unisono, corrono verso gli accappatoi. Come risvegliati da un colpo di frusta, una mandria di giacche con dentro genitori si dirige verso lo spogliatoio. Mi accodo. La mia piccola mi chiama, vuole il phon. Mi districo nel traffico di braccia, sciarpe, donne premurose, bimbe noiose, cappotti, ciabatte e ci asciughiamo i capelli. La aiuto a infilare gli stivali rosa.

“Grazie nonna, sai che oggi abbiamo fatto la rana?”.

Sì, tesoro ti ho vista. Mettiti il cappello che c’è freddo fuori. E ci avviamo all’uscita, saltellando.