18,30

Quasi prendo contro a una bimba con stivali rosa. Chiedo scusa alla nonna che con un sorriso sereno mi tiene aperta la porta. Entusiasta e rapido son già ai blocchi di partenza. Slip nero nuovo di zecca. Attraverso le lenti fumè do un’occhiata alla gente dietro le vetrate. Guardano curiosi o annoiati? Be’, prendetevi questo tuffo plastico sciafff… L’acqua mi avviluppa in un abbraccio rilassante. Corsie affollate. Qualche vasca, lento. Ho un sacco di tempo. Il messaggio l’ho inviato appena uscito dal lavoro. Ti devo dire una cosa, ci vediamo in piscina? Sì. Brava. Ti aspetto qua a bordo vasca. Poi ti porterò a cena, poi ti dirò quella cosa per cui sono un po’ preoccupato, ma anche entusiasta al tempo stesso. Forse sto nuotando troppo veloce, forse senza ritmo, mi manca un po’ il fiato. Calma. Sì. Mi fermo, guardo le corsie.

Penso che vista dall’alto la vasca da venticinque metri potrebbe essere come una pagina di uno spartito musicale. In movimento. La fila dei galleggianti a comporre le righe, i nuotatori le note. Le braccia come archetti di violini. Le gambe come martelletti sulle corde di pianoforti. Partiture scandite da velocità, ritmi e pause dei componenti delle corsie. Come movimenti di musica classica.

Corsia adagio per signorine che sgambano a tavoletta o arrancano in vasche a rana lenta. Corsia andante, regno di maratoneti della regolarità, ritmo stabile per molte vasche. La corsia andante con brio, gemella della precedente, più veloce. Alla quattro allenamento per i ragazzi del nuoto agonistico, in moto allegro assai con pause fra uno sprint e l’altro e creazione di micro maremoti quando fanno ripetute a farfalla. Corsia cinque, moderata (o allegro ma non troppo). Frequenti pause inframezzano serie da cinque, massimo sette passaggi.

Nell’ultima corsia il termine musicale è largo, il movimento è lento. Gente sovrappeso, ancora tavolette, nuotatori in transumanza da altre corsie per qualche vasca defatigante a bassa velocità.

Il flusso dei nuotatori è regolare, anche se ogni tanto capitano intoppi. Capita che una donnona che nuota stile terranova sceglie la corsia sbagliata e allora è un gran virare, cambiare direzione, la corsia va in confusione. Nella vasca a fianco le ragazze dell’aquagym si scatenano a ritmi molto diversi di ossessivo martellare electrodance. Sarebbe davvero meglio la musica classica, magari subacquea. Magari lo farann…

“Hey tu…”.

Eccola, la cuffia nera. Mia moglie. Andiamo a cena dopo. Sì, ti devo dire… no, te lo dico dopo. Adesso nuota un po’ che ti fa bene. Una spintarella con le braccia a eseguire un lento dorso, la pancia di cinque mesi sboccia a pelo d’acqua come un pallone di pelle umana avvolta in costume di triacetato, sospinto a fatica dalle gambe che “sai amore, mi stanno diventando come cotechini” ma che per me van benissimo. Ti aspetto fuori. Doccia extra lunga ad origliare di successi amatoriali conditi di particolari porno ed eccessivi dei nuotatori provetti. Passando davanti allo spogliatoio femminile, la chiamo. Sì, ti aspetto fuori.

Esco. Cappello e sigaretta. Maledetto vizio. Il primo tiro però, accoppiato alla nebbiolina che mi avvolge e al silenzio freddo, è la perfezione. Guardo le luci del parcheggio. Sono decorazioni. Palle di un albero di natale di asfalto. La scritta della piscina sopra di me a forma di onda pare una cometa. Allora io sono l’angelo sotto la cometa. E annuncio il Natale. Adesso però vado a cena. Le devo dire quella cosa.