07,00

Alle sette del mattino il mondo sembra davvero più in ordine.
La sacca è già pronta, vi aggiungo una brioche confezionata.
Fuori è freddo con un sorriso di luna nel cielo indeciso fra il blu cobalto e l’azzurro chiaro.
Incrocio autisti sbadiglianti e camion sbuffanti già in procinto di intasare il traffico.
Nel parcheggio, due macchine.
Titubante controllo il cartello con gli orari esposto all’ingresso. Ricordavo bene.
Entro, non c’e’ nessuno alla reception. Due donne robuste stanno pulendo le vetrate da dove posso ammirare la vasca di acqua immobile. Mi guardano come se non dovessi essere lì.
Mi avvicino. “Buongiorno, è aperto?”.
La risposta arriva con ineccepibile accento est europeo: “Nuotare o segretaria?
Nuotare
Allora aperto“.

Nel corridoio non c’è nessuno. Nessun rumore. Mi sorprendo nel vedere nello spogliatoio un signore in accappatoio che evidentemente ha le chiavi dell’ingresso perché ha già fatto la doccia e sono le sette e dieci. Mi guarda infastidito. Rovino il suo momento. Grugnisce un buongiorno e sparisce in bagno.
Rapido, mi cambio. Slip. Cuffia. Occhialini.
Doccia, dove ogni goccia è una frustata fredda sulla pelle.
Arrivo a bordo vasca. Nessuno. Mi stiro le braccia, faccio un paio di piegamenti sulle ginocchia che scricchiolano puntuali.
Sono un magnate dell’acciaio e possiedo una piscina tutta per me.
Tocco l’acqua immota con un dito. Con rispetto, con grazia, quasi a non disturbare la superficie che sembra stia riposando. Con molta meno grazia mi esibisco in un tuffo stupido concluso con un urlo di gioia subacqueo. Faccio metà vasca sott’acqua, guardandomi intorno. Mi sembra di essere in una vasca con un unico pesce. E sono io.
Mi vedo da fuori, immerso in una bolla blu con aggiunta di cloro.
Vorrei avere polmoni d’acciaio e rimanere sott’acqua minuti.
Poi sciaff sciaff inizio a nuotare, alzando la testa per controllare gli schizzi che increspano la superficie. Mi fermo e vedo le piccole onde che ho smosso che mi vengono incontro, per poi placarsi. E tutto torna fermo.
Sciaff sciaff… Il flebile suono, ovattato dalla cuffia, del mio respiro affannato, dopo uno sprint immaginario con un avversario fantasma nella corsia a fianco.
Mi fermo con un sorriso ebete. Dovrei farlo tutte le mattine. La piscina tutta per me viene interrotta dall’arrivo di una ragazza che, infreddolita, si friziona le braccia prima di tuffarsi.
A ruota entra un gruppo di cinquantenni pronte al risveglio mattutino a base di housemusic e sgambettamenti subacquei. La vasca dell’aquagym le attende.
L’immaginario si ritira, lasciando spazio alla normalità.
Sciaff sciaff
…mezz’ora di nuoto. Più che sufficiente.
Esco dall’acqua, grato.
Doccia, vestiti e via.
Alla reception ancora nessuno.
Nel parcheggio grigio, sotto un cielo grigio, dentro la macchina grigia, mangio la brioche.
Silenzio e grigio. Cinque minuti dall’ufficio, cinque minuti per spegnere l’entusiasmo di un bell’inizio di giornata. Che però rimane addosso, come l’accenno di odore di cloro che resta sulle mani, come una lieve soffice euforia.
Come un brano jazz di melodica piacevolezza.