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Natale in casa Malinverno parte seconda

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Scambio di prigionieri

L’intermediario non era ancora arrivato, come previsto.

Le istruzioni che aveva ricevuto prevedevano che sarebbe dovuto arrivare prima lui, sedersi al tavolino più riparato del bar e mettere la scatola ricoperta di carta da giornale sul tavolo, per farsi riconoscere.

Era in anticipo, faceva ancora in tempo a fumare una sigaretta prima di entrare.

Era una bella giornata di dicembre, le luminarie natalizie, ancora spente, sembravano intimidite da un sole cocciutamente caldo e dal blu elettrico del cielo. Era una giornata meravigliosa, la giornata ideale perché tutti potessero sentirsi felici. Si stupì un po’ di aver pensato quel tutti senza sentirsene incluso. Solo un po’ però. Da quando quella storia era finita, ma forse soprattutto da quando era iniziata, era come se la sua presenza nella cose fosse diventata una presenza laterale. Stava al mondo, ma di lato. Osservava la vita scorrergli accanto come se non fosse più previsto che vi partecipasse.

Spense la sigaretta e si decise ad entrare nel bar. Individuò subito l’angolo più riparato e si sedette. Appoggiò la scatola sul tavolino, in modo che fosse ben visibile.

Un tempo sedersi da solo al bar, o a un ristorante, sarebbe stato impossibile: l’imbarazzo di sapere gli sguardi degli altri a indagare la sua solitudine gli avrebbero fatto preferire il digiuno. Adesso non più. Aveva imparato che l’imbarazzo è solo un delirio di onnipotenza: gli altri non ti guardano. E se ti guardano, comunque non gli interessa.

L’intermediario arrivò poco dopo.

Si diresse deciso al suo tavolino e appoggiò anch’esso una scatola ricoperta di carta da giornale.

“Mi dispiace,” disse l’intermediario.

“Succede,” rispose lui.

Si guardò intorno, per accertarsi che nessuno potesse sentire.

“Se posso permettermi… non mi piace che si arrivi a questo punto, non mi è mai piaciuto… ci sono modi migliori per gestire queste situazioni… però…”

“Però tu stai da quella parte, e se quella parte decide che le cose si gestiscono così, le gestisci così.”

“…”

“Scusa, non è colpa tua.”

“No, hai ragione, non ho nessun diritto a… è che i simboli se sono importanti, forse bisognerebbe sempre tenerseli per sé…”

“Lo so, ma le cose sono precipitate troppo in fretta. Io però ci credevo.”

“Bevi qualcosa?”

“No, scambiamo questi pacchi, se non ti dispiace.”

“Certo…”

Allungarono ognuno il proprio pacco sul tavolino.

L’intermediario sembrava imbarazzato.

“Devo controllare,” disse senza guardarlo negli occhi.

“Siamo arrivati a questo punto…” rispose, amareggiato.

“Fosse per me non lo farei, ma mi ha detto che…”

“Aprilo… non voglio metterti in difficoltà.”

Guardò l’intermediario scartare la carta da giornale. Gli piaceva, nonostante la situazione provava simpatia per quell’uomo che cercava di dimostrargli solidarietà rimuovendo con delicatezza la carta cercando di non romperla.

Aprì la scatola e tirò fuori una giraffa di peluche.

“È lei?”

L’intermediario annuì.

“Allora possiamo andare.”

“… senti… mi ha chiesto di farti aprire la tua scatola e di vedere quando verifichi che c’è… il tuo…”

Era logico. La cattiveria degli addii ha sempre un gesto più impietoso del precedente.

Aprì la scatola strappando la carta senza riguardi. Tirò fuori un bruco di peluche.

“È lui?” chiese l’intermediario.

Annuì.

Si rese conto che era giusto che la cosa avvenisse lì: il tavolino su cui erano seduti era lo stesso su cui era seduto con lei al primo appuntamento, quando tutto era iniziato. Ed era sempre quello su cui erano seduti, tre anni dopo, quando tutto era finito. E adesso era lì per quell’epilogo in cui la fine decideva di sbranarsi l’inizio.

Uscirono dal bar.

“Quando le ho regalato il bruco,” disse, “è stato come donarle la mia infanzia. La mia innocenza. Ha dormito con me tutte le notti quando ero bambino. Era come se le stessi dicendo che volevo dormire con lei tutte le notti da adulto.”

“Anche per lei è stato così,” rispose l’intermediario, “esattamente così. È per questo che…”

“Che l’ha rivoluto indietro.”

“Sì…”

Si salutarono con un cenno.

Tornò verso casa.

Visto dall’esterno, era un’immagine buffa, quasi imbarazzante, quella di uomo che cammina sotto un cielo blu carico di promesse per gli altri, con un bruco sottobraccio.

Ma tanto gli altri non ti guardano. E se ti guardano, comunque non gli interessa.

 

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2 commenti

  1. Sniff.

  2. Che angoscia! Che bello!