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Natale in casa Malinverno parte quarta

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Maga Magò

Ogni capodanno, poco prima della mezzanotte, mi torna in mente un ricordo di quando avevo sedici anni.

E’ il 31 dicembre 1989, ore 23 e 40. Sono in macchina con mio cognato sulla provinciale vigevanese. Siamo in un tratto di strada in cui non c’è niente: non ci sono case, non ci sono palazzi, non ci sono negozi; nemmeno una pompa di benzina. Sul ciglio, una vecchina con un sacchetto in mano che cammina decisa. Lì, in mezzo al nulla, come se in mezzo al nulla fosse il posto giusto in cui trovare una vecchina che cammina con un sacchetto in mano, a venti minuti dalla mezzanotte del 31 dicembre. Mi domando cosa ci faccia lì, dove stia andando e, soprattutto, da dove stia venendo. Non sembra una senzatetto e nemmeno una matta.

Forse sta scappando.

Forse sta scappando da un’insopportabile festa di capodanno.

Come me.

Che sono appena stato salvato da mio cognato da un veglione che non riuscivo più a tollerare.

Io e i miei amici nel pomeriggio non sapevamo ancora come avremmo festeggiato. A dirla tutta non eravamo stati invitati da nessuna parte. Si prospettava una serata fra noi tre (ipotesi per la quale facevo un accanito quanto silenzioso tifo) quando all’ultimo momento era spuntata questa festa fuori Milano di un amico di un conoscente di un conoscente di un amico. Due terzi di noi votarono per andare. Eravamo arrivati alle dieci. Alle undici stavo morendo di nausea. Gli ubriachi perché a capodanno ci si ubriaca, le risate perché a capodanno si ride, i flirt perché a capodanno si flirta, le pacche sulle spalle e i sorrisi perché a capodanno ci si dà pacche sulle spalle sorridendo.

Non ce la facevo più, tutto quel divertimento obbligato stava per diventarmi letale.

Però.

Però.

Però che palle che sei, che palle, cosa stanno facendo di così terribile, stanno bevendo, ridendo, ballando, si stanno divertendo, non sono obbligati a farlo, cercano solo un’occasione per farlo. Sei tu che non sei tanto normale, sai cosa sei te? Sei maga magò, siccome non sei felice allora non deve esserlo nessuno, ammettilo, confessa che sei maga magò.

Forse sì.

Forse sono maga magò.

Forse lo ero già da piccolo.

Ho un altro ricordo, di una festa fra bambini, avevo otto anni e lì il divertimento obbligato, simulato, ostentato non poteva proprio esserci. Eppure io ricordo le facce dei bambini che giocavano e ridevano, le mamme che parlottavano tra loro e tutto questo stare bene mi faceva sentire intrappolato. Non potevo stare lì, non volevo. Feci finta di stare male, iniziai a tenermi la pancia e subito le mamme mi chiesero cosa avessi e io risposi che avevo mal di pancia che mi sentivo anche un po’ svenire che era meglio che andavo a casa mia tanto era il palazzo di fronte, no, non c’era bisogno di accompagnarmi, facevo in tempo ad arrivare prima di svenire, sì.

Poi arrivai a casa mia e guardai i puffi alla tele.

E stavo bene, così.

Però mi sentivo anche in colpa, perché avevo mentito e perché c’era qualcosa di sbagliato. In me.

In effetti.

In effetti come può essere che un bambino di otto anni finga un malore per avere la scusa di andarsene da una festa? Ci deve essere qualcosa che non va. Qualcosa di strutturale che non va. Fossi meno pigro mi rassegnerei a costituirmi da un analista. Per sempre.

Il capodanno del 1989, invece, mi limitai ad andarmene. Passai dai miei amici ad avvisarli che me ne tornavo a casa. Mi guardarono allibiti. Poi guardarono l’orologio. Poi mi riguardarono ancora più allibiti. Tra me e l’orologio, uno dei due non funzionava. Mi infilai il giaccone, mi richiusi la porta alle spalle e scavalcai il cancello (sicuramente c’era il pulsante per aprirlo automaticamente, il cancello, ma lì per lì dovette sembrarmi molto più significativo scavalcarlo). Per strada andai alla ricerca di una cabina del telefono. Chiamai mio cognato, supplicandolo di venire a prendermi. Fuori Milano. Alle undici e mezza. Mio cognato avrebbe potuto rispondermi in qualunque modo, dagli insulti classici a quelli più articolati, oppure avrebbe potuto tentare di riportarmi alla ragione, chiedermi di aspettare che passasse la mezzanotte e poi sarebbe venuto. Invece no, disse due parole che a ripensarci adesso mi commuovono anche, chiese solo ‘dove sei’. Arrivò, salii in macchina e imboccammo la provinciale. E lì vidi la vecchina.

A volte penso che avrei dovuto chiedere scusa a mio cognato e scendere dalla macchina per andare dalla vecchina. Chiederle se andava tutto bene, se aveva bisogno di un passaggio. Oppure non dirle niente e mettermi a camminare di fianco a lei. Così, senza una parola.

E magari quella comune diversità, quella comune fuga ci avrebbero fatto sentire meglio. Solo che poi quello stato di benessere avrebbe finito per disgustarci e pur di non protrarlo oltre la vecchina avrebbe allungato la strada inoltrandosi nei campi ed io avrei simulato uno svenimento in piena vigevanese, e a quel punto sarebbe scoccata la mezzanotte e i fuochi di artificio avrebbero illuminato a giorno la nostra oscura solitudine.

 

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1 commento

  1. Ci mancheranno i tuoi pezzi! Scrivi un altro libro :)
    Auguri!