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Canzoni che mi uccidono vol.4

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On air: Fast Car, Tracy Chapman

Per un certo periodo ho lavorato in università. Non era un ruolo didattico, la laurea in Storia, alla fine, non l’ho portata a casa. Lavoravo in università tutte le mattine: mi mettevo in macchina alle otto e mezza – per lo meno quando ci riuscivo – accendevo la radio e partivo per l’università. Lì l’ambiente era deprimente. Un ufficetto del cazzo con luci al neon e scartoffie e polvere ovunque. Prendevo posto al mio pc e cercavo di darmi da fare, per lo meno per fare in modo che la mattinata passasse in fretta. Ogni tanto capitava che dovessi fare qualche intervista telefonica con qualche radio indipendente, così mi chiudevo nei bagni in inverno o uscivo sulla scala antincendio d’estate e aspettavo la telefonata.

Detta così può sembrare divertente ma non lo era affatto. Dalla finestra si vedeva la periferia di Milano, la ferrovia e i palazzoni della prima cerchia suburbana. Il caffè della macchinetta faceva schifo e un paio di volte sono arrivato al lavoro ancora sbronzo dalla sera prima, con un’orchestra nella testa in cui ogni musicista suonava una partitura diversa. Una volta sono arrivato lì direttamente dopo un concerto: sono arrivato nel parcheggio alle otto meno venti, ho messo la sveglia sul cellulare e sono crollato fino alle nove. Poi sono entrato nell’edificio, son passato ai bagni per darmi una sciacquata sommaria e sono andato a sedermi al mio posto.

Ma in fondo quello non è stato il lavoro peggiore che ho fatto – se si eccettua il fatto che mi costringeva ad andare tutti i giorni nello stesso posto a fare le stesse stupide cose. Nella mia carriera lavorativa ho fatto un sacco di cose: l’attacchino per il comune di Milano, con i manifesti, i secchi con la colla e lo spazzolone nel baule della mia Ritmo blu topo; il compilatore di dvd porno per una piccola casa editrice; l’intervistatore telefonico per la Fiat senza avere la patente – alla fine mi hanno beccato; il fattorino per consegne a domicilio di alimenti biologici…

Comunque, un giorno, mentre andavo all’università, miracolosamente alla radio hanno trasmesso il brano in questione. A metà della seconda strofa ho accostato e ho spento il motore. Ho abbassato il finestrino e ho acceso una sigaretta. Finita la canzone ho riacceso il motore, fatto inversione e sono tornato verso casa.

You and I can both get jobs and finally see what it means to be living.

What it means to be living. Cosa vuol dire essere vivi? Le risposte non sono mai univoche. Il bianco e il nero svaniscono come per un malefico incanto e vengono sostituite da milioni di sfumature di grigio. Ogni scelta ha dei risvolti positivi e altri negativi. Ogni impegno che decidi di assumere ti dà qualcosa ma allo stesso tempo ti toglie anche qualcos’altro. Le luci della città sembrano più vicine, ma in realtà non fanno che allontanarsi. Ti sembrano più vicine solo perché brillano più forte.

Per me, questa canzone, con il suo andamento trascinato e zoppicante, con l’esplosione contenuta del ritornello, come un urlo chiuso per metà in gola, è una canzone sulle scelte. Sulle scelte che si fanno e quelle che non vengono fatte. Sulle scelte che si rimpiangono e su quelle che maledici. Su quanto sia facile scivolare via, lentamente ma inesorabilmente, dall’idea che avevi. E sulla paura di svegliarti un mattino e scoprire che le cose che hai sempre reputato fondamentali nella tua vita ormai non contano più niente.

We got to make a decision, we leave tonight or live and die this way.

 

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3 commenti

  1. bellissimo pezzo, la canzone e le parole. approfitto allora per segnalare un tumblr fresco fresco che è perfettamente in tema, sad songs make me happy: http://www.yestheydo.tumblr.com

  2. Grazie a locusta per la segnalazione, ne approfittiamo per ricordare che potete segnalarci scrittori, fotografi, disegnatori e altro utilizzando il form nella pagina dei Contatti. :)

  3. searchfor0

    H 3.09, afflitta dall’insonnia, preoccupata dal sonno che invece sitematicamente arriverà domani a lavoro(il lavoro che odio)apro setteperuno e ti ritrovo. Avevo già letto la prima parte, questa è decisamente meglio.
    Complimenti per la scelta musicale, a quest’ora è stato un tepore, un po’ come la tua scrittura: semplice e spontaea come un amico che ti racconta qualcosa della sua giornata; lucida e analitica nel descrivere i limiti difronte a cui ti mette il percorso della vita, chissà poi se sono davvero limiti.
    Grazie
    Aspetto di poterti leggere ancora