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Canzoni che mi uccidono Vol.3

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On air: Stanco e perduto, Vinicio Capossela

Corri a casa / tutto è cambiato / tua sorella aspetta un figlio e tuo padre / ha bisogno di te

La prima volta che ho letto The Dubliners di James Joyce avevo diciassette anni. Una di quelle storie mi è rimasta dentro, come un bottone staccatosi da una camicia che conservi in un paio di pantaloni che non metti mai e che all’improvviso compare tra le due dita quando cerchi gli spicci per pagare il caffè. La storia è Eveline: la protagonista è una ragazza che si trova a dover badare al padre e ai fratelli a causa della prematura morte della madre. Poi conosce un ragazzo e se ne innamora. Fanno progetti e sognano una vita insieme. Lontano dall’Irlanda e dalla disperazione, lontano dal padre e dai fratelli e dalla tappezzeria opprimente di quella casa scura e dolente come le sue mani alla fine della giornata. Per raggiungere quella vita sarebbe sufficiente imbarcarsi con lui, prendere il traghetto e andare via, lontano. A Buenos Aires.

Il giorno è stabilito, l’appuntamento è fissato. Si incontrano al porto, sulla banchina affollata di persone in attesa di imbarcarsi. La corrente della folla li trascina fino al punto d’imbarco. Poi, in un attimo lungo tutta una vita, lei allenta la presa della mano. Lui dal principio non se ne accorge e continua a cercare di fendere la folla. Poi si gira di scatto, e la vede ormai lontana, andata, perduta per sempre. Viene portato via dalla folla, si gira a chiamarla, lei rimane ferma, a contemplare se stessa e i suoi sogni che se ne vanno, con uno sguardo bianco come la foschia che si alza dalle acque del porto.

In questo pezzo che ho scoperto su Live in Volvo, l’unico suo disco che ho, Capossela narra una storia simile: puoi cercare di mollare tutto, di fuggire lontano dalla tua casa e dalla tua famiglia, lottare per bucare l’anonimato di una vita che sai già dove ti condurrà, salvo poi renderti conto che il legame che tentavi di spezzare è troppo forte da rompere e che forse è l’unica cosa reale che possiedi. Libertà individuale, destino, necessità, sogni, di colpo si mostrano per quello che sono, cioè le visioni di un pazzo quando non si avverano o il prezzo che si paga per avere una vita. Il tema strumentale che chiude il pezzo posso suonarlo al piano per tutta la sera, una volta dopo l’altra, ipnotizzato.

È una melodia che rincorre se stessa, che avanza e poi torna indietro, si muove lateralmente come una barchetta di carta in mezzo al mare, sospinta avanti dalle onde e poi trascinata indietro dalla corrente. Poi, mentre son lì con le dita sul piano e il busto che dondola a destra e a sinistra completamente dimentico di me stesso, del mondo, della vita e della morte, i vicini cominciano a bussare alle pareti, e l’incantesimo di colpo svanisce. Ma loro non conoscono la canzone.

 

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2 commenti

  1. emozionante :)

  2. cacchio, bellissimo. E in culo i vicini che non apprezzano.