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Canzoni che mi uccidono Vol.2

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On air: Il mio ruolo, Afterhours

È lunedì sera. Giri in macchina per Milano. Piove. Uno strato sottile di acqua si ferma per qualche secondo sul parabrezza prima di essere spazzato via dal movimento ritmico del tergicristalli. Le ruote della vettura scivolano sulle rotaie bagnate del tram, ti fermi in extremis prima del rosso. Il tram gira con un rumore di lamiere contorte, ti regala per un attimo le sue luci rosse posteriori poi scompare dietro la curva. Metti la prima e riparti.

La notte è la sorella, può nasconderti

Quando fra le sue braccia riesci ad accenderti

Corso Buenos Aires, viale Abruzzi. La città è ferma nella sua non luce irreale e incredibilmente concreta. Accendi il riscaldamento, il pacchetto di sigarette appoggiato sul cruscotto precipita dopo una curva. Ti chini a recuperarlo e ne accendi una. Apri di poco il finestrino. Niente a cui pensare. Un vuoto bianco e rassicurante nella testa. Bello essere mediocri a volte. Prendersi del tempo per non fare proprio niente di bello o di utile. Lasciarsi vivere, foss’anche cadere o precipitare. Aggrapparsi per un ultimo istante, guardarsi i piedi che si agitano sul baratro e poi con un sorriso lasciarsi precipitare. Con la sicurezza che si tratta solo di un gioco. che quel baratro non è un baratro. Che c’è un fondo morbido sul quale atterrare.

Ma il mio ruolo è il pensiero malvagio

Che ti porta via con sé

Hai visto New York, le strade, i palazzi e le facce, la gente pressata nella metropolitana di Tokyo con le cuffiette nelle orecchie o piegate sul cellulare a chattare con qualcuno dall’altra parte del mondo o soltanto a due isolati di distanza. Sei stato a Lisbona, con l’odore di merluzzo che impregna l’aria e il fumo bianco che si alza dai carretti dei venditori di caldarroste. Sei stato sdraiato sotto le Petronas Tower e ti sei perso nel cielo di Alicudi. Hai dormito su una panchina sulle ramblas di Barcellona e ti sei ubriacato sui gradini di una chiesa di campagna. Hai visto questo e quest’altro ma ancora non sai niente della tua vita. Non sai se è più reale la vita che immagini o quella che vivi. Non sai se sei più vivo nei tuoi sogni o quando accendi una sigaretta dopo l’amore.

Quando piangi senza apparente motivo o quando ridi pensando all’ultima volta che hai pianto guardando una fiction televisiva da quattro soldi. Non sai se tentare, se continuare a tentare o smettere. Non sai qual è la peggior condanna. Non sai se temere l’azione o la resa. È meglio accettare il rischio o rimpiangere di non averlo corso? In ogni caso non funzionerà. Ti insegui di giorno e di notte, ti chiedi dove sei finito e come sei arrivato fin lì. Tutto è buio intorno. Ci sei solo tu. Sei la tua unica luce, che illumina tutto all’infuori di te stesso.

Nella neve e il gelo

Un altro pezzo di vita che se ne va, nel percorso ellittico del flanger e nei colpi secchi sul bordo del rullante. Stai attenta a te. Stai attenta. Proprio così.

 

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5 commenti

  1. Consiglio di far partire “la canzone che lo uccide” poco prima di iniziare a leggere…
    Molto liquido.
    (con questo Coppola mi spertico in commenti. eh.)

  2. Sottoscrivo la mozione “vedogente”. :)

  3. non avevo mai pensato alla metafora del percorso ellittico del flanger in questo pezzo.. ottimo spunto.. e ottimo pezzo (sia il tuo che quello degli after ;) )

  4. Mozione accolta! :)

  5. sarà che sta a conclusione del più bel disco italiano degli anni 0, ma questa canzone – e quel che ne può derivare in termini narrativi ed emozionali – è una coccola :)