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Canzoni che mi uccidono Vol.1

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On air: The Greatest, Cat Power

Piangere sulle linguine. L’altro giorno dopo essere stato in giro tutta la mattina sono tornato a casa intorno all’una e mezza. Metto l’acqua sul fuoco, organizzo un soffrittino che verrà in seguito premiato dai pelati Cirio e mi sintonizzo su Radiopop come ogni giorno per sorbirmi Patchanka.

Versati i pelati nel pentolino del soffritto decido di ammazzare l’attesa con qualche fetta di salame e un bicchiere di rosso. Con perfetto tempismo, quando la pasta è pronta comincia la puntata (il fato mi è amico). Si parla del meglio dell’anno e oggi sveleranno il vincitore della classifica degli ascoltatori. Ieri hanno passato un sacco di musica che non conoscevo, una serie di gruppi molto alla moda che fanno ballare le ragazzine ed eccitano gli indie fighetti. Comunque a un certo punto passano The Gratest di Cat Power.

Io di Cat Power non ho neanche un disco. Mi sono sempre beato delle sue foto promozionali e ho dovuto resistere alla tentazione di appenderne degli ingrandimenti tutta parete in camera da letto. Quindi, in definitiva, il mio rapporto con Cat Power è platonico, musicalmente parlando. Nonostante questa infatuazione estetica però ho sempre dubitato un po’ della sua musica, troppo hype, troppe recensioni sulle riviste giuste per la gente giusta. Però quegli occhi non possono essere un bluff. Se una ha due occhi così non può fare musica scadente.

Fine dell’excursus. Dicevo, passano The Gratest e prima di mandarlo on air Nicola ed Elisa (non li conosco ma mi parlano ogni giorno mentre pranzo quindi in realtà è come se fossimo amici di lunga data) mi raccontano che il disco è stato registrato a Memphis, con il meglio dei musicisti locali, gente che ha registrato con Al Green e via dicendo. E già la cosa si mette bene.

Poi parte il pezzo. Resto con una forchettata di linguine a mezz’aria fin dopo il primo ritornello, sento un imbarazzante groppo alla gola che comincia ad agitarsi approfittando della mia proverbiale emotività. Allora azzanno le linguine, cercando di distrarmi, ma non sortiscono l’effetto desiderato.

Cerco di stringere i denti fino alla fine del pezzo, mi ripeto che è tutto ok, non vorrai mica metterti a piangere come un cretino mentre pranzi da solo ascoltando la radio, no? E invece è proprio quello che vorrei fare. Quello che, alla fine, faccio. Le lacrime cominciano a precipitare una dopo l’altra nel piatto. Poi la canzone finisce, i miei amici immaginari della radio si producono in diversi complimenti verso l’artista e io singhiozzando riesco a smettere di piangere. Mi asciugo gli occhi con un fazzoletto di carta, va un po’ meglio ma le linguine ormai si sono raffreddate.

 

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4 commenti

  1. bella l’idea di linkare la colonna sonora del racconto!

  2. sarà che l’hanno usato in “my blueberry nights” però io ogni volta che sento sto pezzo ho un ovosodo di magone rigido in gola.
    mi fa strano non essere l’unica che.

  3. mariagrazia

    ottimi gusti musicali….ascolta” lived in the bars”. Magari davanti un piatto di rigatoni. e poi mi dici.

  4. Non riesco a smettere di ascoltare questa canzone.
    E “My Blueberry Nights”, che film…