«Era una bella mattina di fine novembre. Già stanco, riposavo nella mia camera dopo avere sbrigato una faccenda che la pigrizia aveva protratto nei giorni, e la cui gravità si era accresciuta parimenti al mio sentimento di rivelata colpevolezza. Stavo così con lo sguardo perso, in attesa di qualcosa che, per ineffabile intuizione, non avrebbe tardato a manifestarsi; e infatti udii un doppio tocco alla porta. Mi levai per fare entrare in stanza la mia ospite, visibilmente provata. Si sedette accanto e passò una mano sopra la tempia per acconciarsi i capelli, quindi attese che le chiedessi un perché. Ricordo di aver pensato a pronunciare qualcosa di buffo per alleviare l’ansia, come spesso faccio quando le emozioni nel viso di altri suggestionano anche la mia espressione. Prevalse invece il contegno, e le lasciai l’agio di raccontarmi la sua inquietudine.

La notte avanti aveva ceduto alle ragioni del cuore e raggiunto un posto che sapeva essere quello giusto. Lì si avvicinò alla persona cara e, dopo un istante breve quanto il suo sorriso, si concesse alla tenerezza come mai era stato: con quell’affetto prezioso che nasce quando si interrompe l’indugio, volle dirmi. Amò per una volta il permesso del tempo che scorre, e in esso ogni percezione dei sensi e ogni idea della mente. Poi ci fu come una distrazione, le luci si spensero e niente altro successe; si volse a lui ritrovandosi sola, senza intorno quella compagnia che subito le era diventata irrinunciabile. La cercò invano, neppure le apparve lontana; quindi corse via. Adesso era davanti a me. Ora che aveva diviso con me la sua esperienza, concluse, poteva più facilmente pensarvi come un racconto scritto e mai esistito. Ci guardammo in silenzio, io perché imbarazzato; allungai la mia per stringere la sua mano e così rimasi.

Ho riflettutto a lungo su quella storia senza dirle mai quanto avevo infine convenuto. L’incontro fu reale, per quanto si possa definire tale lo scambio di sensazioni che fanno eludere la cadenza degli attimi. Forse per meglio intendere dovrei dire non reale, bensì effettivo: entrambi si sfiorarono e si dissero poche parole, quelle occorrenti. Ma mentre l’una davvero visse, per l’altro tutto era sogno. Questo concesse in finale a lui l’assenza e a lei il suo peso. Essa, nella vita terrena, vide la realtà attraverso uno specchio, confuso e distorto. Egli, nell’immaginario onirico, distinse la fantasia con la chiarezza dell’alba, aprendo finalmente gli occhi e terminando la notte».