Questa mattina cercavo in un cassetto un documento indispensabile per il viaggio che da lì a breve avrei intrapreso e che tuttora mi trovo a dover completare. Sebbene non fosse di ragguardevole profondità, ebbi a rovistare un bel po’ sollevando oggetti che da tempo neppure pensavo: una matita colorata sottratta a un mio professore, una scatola in cartone svuotata del suo contenuto, due cartoline uguali e mai spedite, un portadocumenti che illuse sul buon esito della mia ricerca.
Infine, sul fondo, incontrai un piccolo libro, di quelli che si usa dire tascabile e che talvolta si porta con sé non per leggerlo (giacché la scarnezza delle pagine fa sì che se ne esaurisca presto il contenuto) ma per il semplice possesso di un oggetto caro quando si va in luogo indesiderato. Rammentai dunque di aver abbandonato un giorno con distrazione il documento proprio in quel volume, e sfogliandolo ne ebbi conferma: potevo finalmente partire e ne fui sollevato. Ma un pensiero mi sovvenne e girai l’orlo ingiallito dello scritto trovando una foglia un tempo verde, oggi di un castano chiaro. La sfiorai attento che il mio contatto non ne offendesse la fragilità.
Ricordai, allora ricordai mia nonna che guardava dal finestrino del treno il paesaggio scorrere con l’espressione grave delle sue primavere, e poi volgersi a me e schiudersi in un sorriso che solo ora, più canuto, intendo tradito dai suoi occhi bruniti. Era un’alba remota di tanti anni fa, con essa tornavamo verso la città dopo avere trascorso qualche giornata nella beatitudine della campagna. Io ero appena un bimbo, vestivo con gli abiti colorati che si addicono all’età più dolce, e il lento girare di un cucchiaino che riscaldava un té troppo caldo mi rapiva l’attenzione quasi fosse un salmo.
Le prime luci del mattino entrarono nello scompartimento e illuminarono con irregolare cadenza il viso di un ragazzo che, per troppa stanchezza o la delizia di un sogno che non si desidera lasciare, ancora dormiva. Un ultimo raggio di luce lo destò, aprì finalmente gli occhi e terminò la notte. Incontrammo gli sguardi, mi feci silenzioso perché imbarazzato come un colpevole rivelato, allungai per timore il mio piccolo pugno a stringere il vestito di mia nonna e così rimasi.
E lei, con una tenerezza che mai più ottenni in alcuno dei miei amori, smise di curare la tisana, sottrasse una foglia fra quelle non bagnate e la porse alla mia mano. Quel dono è tutto ciò che della donna della mia vita rimane.

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Vorrei qui postare un commento intelligente.
Un commento breve, lapidario, trasversale, spiritoso.
Mi piace è un po’ troppo poco.
…adesso ci penso
…
…
…ci stò ancora pensando
…
…
Fai pure.