Mi trovavo seduto in attesa di qualcosa che tardava a manifestarsi; in principio non capii cosa fosse, ma sapevo della sua importanza per l’espressione che il mio viso assumeva quando da terra alzavo lo sguardo per guardare intorno. Con un artificio che tuttora ignoro, uscivo dal mio corpo per pochi istanti e ne osservavo la tensione, che più e più sembrava il sussurro che precede la frase che desideriamo udire. Ed ecco arrivare quelle parole e lei e il suo sorriso, che tanto bene evidenziò le ragioni del mio cuore.

Si sedette accanto e passò una mano sopra la tempia per acconciare i capelli, quindi attese. Non ricordo ciò che dissi, forse qualcosa di buffo o forse, come accade quando l’emozione mi prevarica, intervenne una finta goffaggine a proseguire i suoi favori. Un raggio di luce, lesto ad attraversarmi il viso ma bastante a donarmi calore, mi distrasse appena e condusse al mio orecchio le sillabe incerte di un bambino. Avevo intanto adagiato il suo capo fra le mie braccia; mai mi era stato concesso il privilegio della tenerezza e amai in quell’istante ogni percezione dei sensi e ogni idea della mente, mentre con le dita carezzavo la sua pelle. Riebbi ancora la visione di un chiarore, questa volta più tenace come più forte fu il suono estraneo della piccola voce. Avvertivo lentamente i miei pensieri abbandonare ciò che stringevo irrinunciabile e la distrazione di un ricordo succedere alla gioia del presente.

Lei stette immobile quasi che non sapesse di quell’evoluzione, io rimasi fermo pure ma cosciente e lasciai intervenire fra noi un suono regolare a disperdere ciò che mi accorsi di stare solo sognando. Fui distratto dalla forma di una finzione ove riconobbi quel bimbo in me stesso. Tutto era sereno, non subivo più la passione e il mio animo aveva smesso di agitarsi perché ciò di cui allora avvertivo il bisogno sembrava lì appartenermi. Notai l’abito antico che tenevo stretto nel pugno della piccola mano e la forma cara che lo riempiva.

Un ultimo raggio di luce mi destò, aprii finalmente gli occhi e terminai la notte. Prese dunque immagine l’anziana donna che stava accompagnando il mio viaggio nello scompartimento del treno e un bambino che, ora silenzioso perché soggetto al mio sguardo assonnato, da essa aspettava una tazza di té ancora troppo caldo. Quanti episodi ricorderai nella tua futura vita, piccolo mio, quanti amori vorrai sacrificare per trasformare in vero la memoria.