Arrivo lì col primo scirocco dell’apremidì. Il tipo che si spalma sulla fila destra aveva il cecchino alle sei e mezza e l’autista si sente così in dovere di ardire manovre, stemperare semafori rossi che sembra Sandra Bullock con la bomba sull’autobus e arriva all’aeroporto palese come una scomoda verità con largo anticipo sul pitstop.

Mi dà una strana sensazione di ebbrezza arrivare in anticipo, non sono abilitato a tutta questa riconoscenza. Devo dire che è piacevole avere il tempo di bere un caffè con brio e dire buonasera a edicolanti e dispensatori di consigli; è un altro da me quello che arriva in anticipo. Si arriva rilassati, senza sudore, belli da vedere; i capelli assumono pose laterali da Rodolfo Valentino e si è ben disposti verso le persone. Eppure mi domando come fa la gente a vivere così col sole in fronte e felice canto beatamente tranquilla rilassata, senza quella botte di vita che ti dà il costante ritardo e l’avviarsi a un appuntamento quando scocca l’ora spingendo gente importunandosi con tempie pulsanti osservare con compiaciuta rassegnazione le culone sulle scale mobili di Roma Tiburtina per poi giungere al treno quando le porte si chiudono e il bottone verde non consente più sperimentazioni e rassegnarsi alla propria compiaciuta natura di perditore di treni…

Che strano invece arrivare prima e trovarsi addirittura in un punto in cui dietro di te c’è chi sta peggio. Provo una certa compiacenza e stizza voglio mettermi dietro sudare sperare guardare l’orologio oddio il cecchino chiude oddio il cecchino chiude mi sento più a mio agio… ma il fato vuole così, l’ostessa strappa il biglietto stampato Konica e si mette una pettorina color evidenziatore poi va avanti muove i tacchi e ragiona di crisi economica. Il microimprenditore senza c prende tutte le cautele, piega il suo quadripetto e discorre di qui di lì di San Diego e di che fine ha fatto, dell’aereo che ha preso la stessa medesima mattina che è arrivato 40 minuti prima forse era un tornado che ha sganciato una bomba a altezza Poggio Mirteto oppure semplicemente ospitava japigi con molta fretta.

Ci si imbottiglia si attende si salgono scalette mi metto sulle ali o signora ha visto come va a fuoco l’ala è contenta?, mi fingo preoccupato il bambino piange ho voglia di dire moriremo tutti, ma rimane un prodotto della mia mente e in un’ora e dieci fantastico di isole deserte nel Tirreno, di moriremo tutti, di succulenti gomiti di indigeni di nome Turiddu di a quel punto mi sposo l’hostess e mi costruisco un nuraghe.