Tecniche stereofoniche 3

- 20 Ottobre 2009

Wooosh

Ho avuto un pezzo di carta in mano e ho pensato che tra le letterine maiuscole accanto ai numeri c’era scritta in codice la mia curiosità.

[Ti immagini lo perdo? Cioè un pezzo di carta da solo ti permette l’accesso a tutto. Per esempio, se devi comprare una cosa al negozio te lo chiedono perché hanno paura che possa succedere qualcosa.]

Era la prima volta che riuscivo a superare il metro e settanta di altezza senza fare nessuno sforzo.

[Sì alla fine ho dovuto fare così. Ok, c’è gente che alla fine ancora non sa cosa vuol dire (non che sia poi tutta sta cosa faraonica, eh) però ecco io, io mi sento emozionato davvero. Mi sento che non so niente. Cioè so le cose complicate, più che altro a forza di guardare documentari e disegni. E poi era anche ora, dai.]

Odoravo i movimenti del tempo scendere lenti nei miei occhi.

[Boh alla fine non mi pare manco vero che io tra cinque minuti non sarò qua. Nel senso che potrebbe succedere di tutto! Cazzo, te l’immagini? Alla fine è sempre cinquanta e cinquanta. Cinquanta che vivi e cinquanta che muori. No, no, ma vedi che ci penso anche ogni volta che salgo in macchina, o che ne so, salgo sulle scale a pulire i lampadari perché mia mamma ha le vertigini. È che visto da qua dentro è diverso perché è una cosa nuova nuova.]

Andavo sull’aria accanto alla luce seguendo con amore il suono.

[Eh. Ecco vedi, ci siamo. La gente qua fa scongiuri, le corna, controllano che i vicini hanno spento tutto, controllano se il segno della croce è fatto dal lato giusto perché se no porta male. Mi sembra anche male a dirgli che insomma io sono nuovo a queste cose. Mi viene da piangere. Però solo la sensazione, gli occhi gonfi gonfi e il cuore saturo di cose dentro. Non lo faccio perché sono troppo occupato a vedere cosa succede ora, e dopo ancora.]

Mi sono sentito infinitamente piccolo.

[È bellissimo. Lo stacco, dico. Lo stacco è bellissimo. Si vede tutto veloce veloce prima e poi piano piano. Non mi sento più niente: gambe, braccia, mente. Mi reggono solo gli occhi, la bocca è andata ed è aperta perché cerca altre parole da usare ma non ne trova. Incamero tutto, fotografo tutto, filmo tutto come posso, con le mani, con le orecchie, con le ascelle che mi sudano troppo. Però è semplicemente bellissimo. È l’uomo che ha fatto tutto con le unghie, con i disegni calcolati al micron, con il ferro modellato alla perfezione.]

Ho amato con violenza il colore della terra brulla e crespa urlare sotto di me.

[Poi è tutta un’altra storia. Ci si aggrappa all’asfalto. Nient’altro che questo. L’asfalto rimane fermo fermo a lasciarsi graffiare e martoriare.]

 

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