Tecniche stereofoniche 1

- 6 Ottobre 2009

Primamattina

Merda la sveglia. E piove pure, città di merda.

A volte, quando sono davanti allo specchio o seduto sul gabinetto, penso che vorrei essere su un’isola deserta a non fare niente. Ma niente niente davvero.

Che poi è quello che faccio anche ora, solo che invece delle palme e della sabbia, vedo i fili del tram e la gente sempre incazzata che si sfoga camminando. Tutti colpevoli di marciapied-icidio.

Oggi dovrei andare a fare quelle cazzo di fotografie, book promozionale si chiama. Un bel pornolibro per addetti ai lavori con il pallino della checca isterica, voi se volete potete educatamente chiamarli “stylers” o “trend setter” o con qualsiasi altro nome inglisc che fa molto coooooool an’ faaaaaaascion.

Mi secco mortalmente a sentirmi dire da un tizio con occhialetti costosi e chic espressioni tipo mettiti così, cioè più estroverso, meno teso, maggior brio, più moviments.

Guarda che se ti vedesse Ale ti direbbe direttamente che avere una cazzo di reflex su un treppiedi e quattro luci non fa di te un fotografo.

Sono venuto qua sei mesi fa e già (ancora) non ho fatto nulla di serio&concreto.

Serio&concreto, sono le parole preferite di mia mamma, ma anche di tuo papà, dei genitori di Nina, convinta che il mondo sia quadrato e della mamma di Paolo che dorme nella stanza accanto alla mia: si occupa di affari notturni poco legali che lasciano poco spazio a mattine da persone normali.

Serio&concreto e i loro sinonimi come produttivo, responsabile, ordinato, realizzato, maturo e “quandotidecidiatrovartiunlavoronormale” che è una frase estesa ma rende bene l’idea.

Io invece sono alternativo e la mia laurea in legge l’ho usata per scrivere lettere di presentazione sufficientemente convincenti a farmi prendere da una di quelle agenzie per la moda accusate di adescare minorenni anoressiche. Solo che io non sono minorenne, non sono donna e sono anche pesante.

Mi metto le mutande nere o blu? Boh, boxer: bohxer. Madonna, st’armadio non si capisce niente, che tanto gli “artisti dell’underwear” mi diranno che devo mettermi le loro cose perché quest’anno vanno molto i fiorellini hawaiiani.

In maniera chiara e concisa, senza molti giri di parole: io sono bello e non ho bisogno di specchi per dirmelo, i donnamoderna mi danno ragione.

Cioè non sono io a dire che sono bello, ma il sistema di ragionamento e di considerazione estetica della civiltà occidentale ha sentenziato che negli anni 2000 io appartengo al prototipo mentale de “l’uomo bello da morire” e di conseguenza posso fare “lavori” come il modello e il ragazzo immagine.

Il problema grosso è un insieme di problemi meno grossi. Sono bello, sì, ma ce ne sono altri più belli di me, più alti di me (che sono comunque alto), più qualsiasi cosa di me. Non conosco la gente “giusta” ma solo manichini incapaci di guardarmi senza trattenersi dal “maa quanto è perfect il tuo body!”. In pratica io sono un modello di serie zeta, di quelli che chiamano per fare foto in costume per farvi venire i sensi di colpa da pancetta informatica che non vi basteranno nemmeno due anni in Siberia per arrivare alla mia pancia da Ken, marito di Barbie.

Rido quando mi chiedono quanto prendo per una sera. (Mi prendono per puttana).

Rido quando mi invitano a cena e bevo a spese loro e poi scappo. (Mi sembra di essere Tyler Durden)

Rido quando Paolo mi dice che ha fatto più soldi di me rimanendo vestito e non infilandosi dei pezzi di stoffa con i fiorellini hawaiani.

Rido per il fatto che tutto quello che ho scritto sopra è una cosa di cui potevate fare a meno, ma che avete letto ugualmente.

Riderò ancora di più quando un bel giorno entrerò nel negozio di design sotto casa mia, sceglierò il divano più costoso che c’è, firmerò le carte per garantire che lo pagherò, lo trascinerò fin dentro casa, mi ci siederò con un foglio di carta e una penna e inizierò a scrivere una storia qualsiasi, di una persona qualsiasi, con delle invenzioni qualsiasi, il cui inizio qualsiasi mi verrà in mente di primamattina.

 

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