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le piccole cose 4

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«Domani è un altro giorno come un altro», sono certo che fu l’ultima cosa che le sentii dire.

Eravamo seduti su un divano tormentato da bruciature di sigarette; intorno a noi, un disordine dal fascino ambiguo e accogliente creava una cortina dietro la quale dichiaravamo la nostra indefessa volontà di non cedere a nessun tipo di lusinga che non fosse compresa in quei pochi metri quadri. A sentirla, mi voltai di scatto come se a parlare non fosse stata lei ma qualcun altro che, senza che me ne accorgersi, avesse preso il suo posto. Le sue vocali aperte si erano d’un tratto serrate. Le chiesi cosa avesse detto e lei mi rispose che non aveva detto nulla.

Una negazione ha dalla sua la discreta attrattiva dell’immobilità che si può solo contemplare. E quindi presi per buona una risposta che sapevo bugiarda ma non per questo falsa. Perché dire non sempre è dire qualcosa. E quindi poteva ben darsi che nel dire qualche cosa non si fosse in realtà detto nulla.

Mi limitai a guardarla, attendendo che parlasse di nuovo per capire se quella voce che avevo ascoltata fosse o meno la sua. E se fosse quindi davvero lei o un’altra. Ma lei non disse più nulla, si alzò e andò in cucina.

Da quel momento, a distanza di mesi, il tempo sarebbe scivolato in un’indolenza assoggettata al destino che più nulla avrebbero mutato di prospettiva: tutto si sarebbe radicalizzato in una geometrica planimetria dai baluginii marmorei, permutando l’attesa nel dio d’una religione senza ritualità, santuari o misteri, e ciononostante da supplicare con devozione, nella speranza che i ricordi (a cui nessuno ­– tantomeno io, troppo preso a credere che sarebbero stati per ogni giorno a venire – si era mai premurato di far domande) potessero se non eternarsi quantomeno avere concessa una proroga. Ancora oggi, dopo tutto, ciò che mi è rimasto sono vene radicate nel silenzio acerbo di quei ricordi. Uno stupore bilioso, fatto di rigurgiti e sputi, che deglutisco insieme all’orrore di sapermi lontano dai giorni in cui, nella mia incoscienza, credevo che noi fosse una parola sufficiente a determinare una sommatoria il cui risultato andasse oltre la semplice addizione, e al sospetto che lasciandomi così come fece, lei mi lasciasse come tutti gli altri, dissolvendo quel pronome con la stessa indifferente facilità con cui si scioglie un nodo semplicemente tirandone un capo.

La raggiunsi in cucina, e la trovai in piedi sul davanzale della finestra. Non ci furono né gesti né alternative. Non ci furono cose e non ci furono parole. Ma solo il profilo della sua figura in una cornice perfettamente ortogonale. Poi un vuoto bianco e domani tutti uguali, immersi in una bolla di tempo immoto che si sarebbe riempita dell’odore di naftalina fra i suoi vestiti e del mio desiderio di avere un calcolatore al posto del cervello e una pompa idraulica al posto del cuore. Pura manutenzione da farsi di tanto in tanto. Nulla di che. Appena esserci. Come il led rosso di uno stereo in stand by.

 

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8 commenti

  1. musaerato

    Un finale che ti lascia senza fiato.
    Fatico a respirare in questo turbinio emozionale.

    Il finale che non mi aspettavo.
    Il finale che aspettavo.

    E invece domani…
    «domani è un altro giorno come un altro».

  2. Un finale che lascia i pensieri sospesi nell’aria, come sul davanzale della finestra. Senza fiato, stupefacente.

  3. amarostica

    “…dire non sempre è dire qualcosa.” Vero. Ma tu e il tuo stile mi dite tanto. Ed io sono una che di solito si annoia.
    Complimenti anche a Setteperuno per averti scovato.

  4. clandestino

    Che in fondo al percorso ci fosse un “lutto”, si era capito. Ma che esso fosse quello estremo, che rende difficile, se non impossibile, l’elaborazione, rende giusta causa ad uno stile che riesce ad avvolgere in una spirale di desolazione le riflessioni e i ricordi che mai riusciranno a dar conto di un evento, che, per chi resta, non trova ragione se non nell’assenza di “quel pronome con la stessa indifferente facilità con cui si scioglie un nodo semplicemente tirandone un capo”.
    Bravo.

  5. Grazie a tutti voi (e a setteperuno).
    Davvero.

  6. amarostica

    Grazie a te, alle tue parole.
    Ma quando/dove/come posso leggerti ancora?
    E qui su Setteperuno?
    Ancora complimenti.

  7. Lusingato.
    Qui su setteperuno non so, dipende dai redattori (io sono prontissimo a ripetere l’esperienza)
    Per il resto, ci sono i blog.
    Grazie ancora!

  8. amarostica

    Dunque… allora devo fare un appello ai redattori:
    Illustrissimi Redattori di Setteperuno… il tipo ha talento.
    Nel frattempo ho sbirciato tra i tuoi blog… “It was tomorrow” sposa benissimo il mio cinismo amarostico.
    Mentre “Come neve per i pesci” tira fuori il mio lato pensantedunquesistente.
    E io di solito non sviolino in modo così spudorato. Di solito mi annoio.

    La mia mail…
    amarostica01@yahoo.it