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le piccole cose 3

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Al ritorno, il ricordo si concretizzò, come sempre, in un’orticaria fastidiosa. Le braccia e le gambe prudevano, e il grattarle era scavare sangue e procurarmi stimmate compulsive che bruciavano di un languore da cui non riuscivo a liberarmi. E pensare che l’estetica era sempre stata la debolezza di entrambi.

Non trovavamo nulla di affascinante nei piercing, nei tatuaggi o nelle cicatrici. «Un corpo dovrebbe essere lasciato alla sua naturale decomposizione; la natura ci mette dell’abbondante suo a imbruttire le cose senza che vi sia bisogno d’altro» credo fu la quartultima cosa che le sentii dire.

In realtà, c’erano lividi e tagli che non vedevo, ben nascosti nelle pieghe delle sue viscere, depositate con cura fra il cuore e il diaframma, accucciate con distrazione fra le costole che ogni sera le spiavo da sotto la carne bianca; e nonostante il soffiarci sopra il candore dei giorni migliori, quelle ferite continuavano a slabbrarsi al punto che per lei fu naturale il pensiero che non potesse essere altrimenti.

Quando cominciava l’orticaria, l’unico sollievo mi veniva dal trascorrere buona parte di ciò che restava della notte a guardare fuori dalla finestra della cucina, nel tentativo di cancellare da lì quell’immagine che mi si riproponeva con frequenza circadiana. Osservavo le luci giallognole dei lampioni dagli aloni depressi, l’asfalto bagnato che riluceva una mestizia crepuscolare, il cielo diligentemente nero e la pioggia a scrosci. E non riuscivo a trovarvi nulla che non fosse ciò che era. Per quanto mi sforzassi, non ero in grado di scorgere un significato o un senso ulteriore, qualcosa che mi consentisse di scartare da una norma che non faceva altro che dichiarare se stessa. Ciò che mi si proponeva alla vista, più che una allegorica foresta di simboli, non era altro che una realtà così convenzionale da risultare adorabile da quanto era naturale. E ciò era forse dovuto al fatto che non ho mai disprezzato così tanto l’ovvio da escluderlo definitivamente dal mio orizzonte d’attesa.

E quell’ovvio lo ricordavo bene, ed era così: un viale di tigli in primavera lungo il quale era facile non pensare a nulla, e sorridere di un motivetto stupido che girava in testa come una ruota panoramica; tutta la strada era un’intera storia, dall’inizio alla fine e ogni albero una tappa, ogni panchina un cedimento, ogni lampione un riprendersi la luce; con lei ancora lontana da tutte le sue paure e io dalle mie ridicole ipocrisie cullare l’illusione era la cosa più naturale che potessimo fare, in un mondo che ci appariva soltanto un caos di occasioni e colori con in mezzo noi, due qualsiasi, colmi di alterigia e boria; ai lati, la vanità ombrosa dei rami era un’armonizzazione inconcludente e divina e tutto il resto soltanto moneta spicciola e fuori corso.

Ecco, le cose, quelle che mi venivano incontro dalla finestra, erano ovvie come ciò che era accaduto e altrettanto ovvie come il conseguente ricordo. Quelle cose, lì dalla finestra, erano radicali, spontaneamente ottuse e, per questo, certe per ogni domani da lì a venire. Poi i lampioni si spensero che era quasi l’alba.

 

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3 commenti

  1. musaerato

    Devo ammettere che anche questo terzo capitolo mi prende e, forse, è quello che preferisco.
    Frasi come…
    “quelle ferite continuavano a slabbrarsi”
    “lampioni dagli aloni depressi”
    ” l’asfalto bagnato che riluceva una mestizia crepuscolare”
    “la vanità ombrosa dei rami era un’armonizzazione inconcludente e divina e tutto il resto soltanto moneta spicciola e fuori corso.”
    … sono, per me, versi che “ruberei” volentieri.
    Ora attendo impaziente il finale…

  2. clandestino

    ” E ciò era forse dovuto al fatto che non ho mai disprezzato così tanto l’ovvio da escluderlo definitivamente dal mio orizzonte d’attesa.”
    Chapeau!

  3. clandestino

    P.S.
    ah! il mio omaggio era riferito all’intero brano.