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le piccole cose 2

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A casa, mi fermai a giocare sul pianerottolo con l’ombrello inzuppato d’acqua, perdendomi nel ventaglio frusciante delle goccioline che sparivano sul pavimento. La mia dirimpettaia, vedendomi, cominciò a sbraitare, tanto che le scorgevo l’ugola tremare in fondo alla gola: una coda di lucertola mozzata che dava uno spettacolo indecente. Mi chiusi la porta alle spalle mentre il telefono cominciava a squillare.

Ero sicuro che fosse qualcuno – chiunque – uno qualsiasi che metteva troppa premura nel voler essere mio amico. Al punto che mi trovavo costretto a consentirglielo per compassione e pudore. Non sopportavo la sensazione che avevo nell’incontrare qualcuno che sembrava si aspettasse con ansia di trovarmi depresso per non lasciarsi sfuggire l’occasione di sentirsi importante. Nonostante mi ostinassi a ripetere che tutto andava bene, la mia espressione continuava a non assomigliare alle cose che dicevo.

Andai a letto e chiusi gli occhi. Annusai un odore di naftalina, ricoperto da un’assenza vorticosa di piccolezze da cui non si dovrebbe mai avere la sventura di prescindere: i suoi capelli sotto la mia mano, l’alzata delle 3.20, tutte le notti, per andare in bagno, il mormorio sommesso dei suo sogni, i piedi freddi, il corpo caldo.
Di tutto mi era rimasto solo il vago sentore che tra una mezzanotte e l’altra si sarebbero accavallate dimenticanze dal sapore del latte inacidito, mentre qualcuno – di certo P. – bussava all’uscio a ricordarmi il fastidio di non poter esser solo nemmeno nell’indigenza spirituale. E in quel momento si palesava, l’unica vera certezza, in una passeggiata fra gli scaffali di un drugstore, dove le luci fredde da obitorio sembravano una silenziosa quanto opportuna colonna sonora alla memoria dello scatolame. Bevevo alla salute di chi c’era stato prima di me a sopportare i blateranti schiocchi delle sue vocali aperte. Con P. che ripeteva ridendo e ubriaco «sì, aveva le vocali aperte», come se anche per lui quel particolare contasse qualcosa. Ignaro che di quell’apertura io solo conoscevo tutte le inflessioni e ancora le riportavo una ad una alla mente, facendomi a quella finestra che per troppo tempo aveva portato in sé il contorno della figura di lei da lasciarla impressa come il lucore che ti resta negli occhi dopo aver fissato troppo a lungo una luce.

«Nelle piccole cose si trovano quelle distrazioni che richiedono poco impegno e concedono parecchio stupore». Credo fu la terzultima cosa che le sentii dire.

 

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3 commenti

  1. musaerato

    Ricercatezza, accuratezza, appropriatezza, squisitezza di stile.
    Senza mai cadere nell’innaturalezza.

  2. clandestino

    sempre bello lo stile; però questa volta ho trovato qualche forzatura nei passaggi (…ma può essere un mio limite).

  3. reallynothing

    Nessun limite.
    Sono, ahimè, proprio forzati.