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le piccole cose 1

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Quando P. mi si avvicinò io ero fermo a guardare la ruota bucata della mia macchina. Sentirlo d’un tratto al mio fianco mi sollevò da una sorta di stupore onirico. Quella notte era piovuto, e ancora in mattinata rotolavano in cielo nuvole d’un grigio inesorabile. Io osservavo il bagliore lucido del cerchione riverberarsi sull’asfalto bagnato, come se da quello specchio lacunoso dovesse d’un tratto saltar fuori qualcosa, o forse cadervi io.

Gli sorrisi, tenendo le mani sui fianchi, nell’atteggiamento di chi riflette su qualcosa di troppo importante da essere costretto ad assumere una posa adatta all’occasione. Il suo «come va?» ebbe per risposta una muta alzata di spalle che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto rassicurarlo sul fatto che andasse tutto bene. Poi cominciò a parlare e a darsi da fare nel cambiare la ruota senza che io glielo avessi chiesto.

Di tanto in tanto, il sole veniva fuori a spasmi, nel tentativo patetico quanto irresoluto di origliare quel monologo. P. parlava e sorrideva e io gli vidi fra i denti, anneriti dalle troppe sigarette, un paio di certezze che a me mancavano da parecchio tempo. Avrei voluto fermarlo, o dargli una mano, ma qualcosa mi trattenne. Pensai che fosse almeno segno d’educazione limitarmi discretamente ad ascoltare e annuire, come se questo bastasse a ringraziarlo di un favore non richiesto.

Quando ebbe finito e andò via, dopo avermi salutato stando attento a non stringermi la mano per non sporcarmela – ho sempre mal sopportato la leziosa cura che molti mettono nell’essere gentili – rimasi appoggiato alla macchina a guardare un topo che fuggiva lungo il canale: incerto su che direzione prendere, fece un paio di scarti, repentini e stizzosi. Lo seguii con lo sguardo fino a perderlo di vista quando riuscì a sgusciare in un tombino, appiattendosi fra le grate. Se il mio senso di inerzia non me lo avesse proibito, mi sarei infilato anche io in quel buco nero di sconfitta igienica, solo per appiattirmi, sgusciare e andare a casa. Ma non a tutti tocca un ritorno alle origini, e non tutti hanno un posto in cui tornare che non sia semplicemente un tetto e delle lenzuola sfatte.

«Il procedere verso un punto sconosciuto, al di là di ciò che è dato sapere, è condizione che interessa la maggior parte delle persone». Ebbi la sensazione improvvisa che fosse questa la penultima cosa che le sentii dire. Poi riprese a piovere.

 

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5 commenti

  1. clandestino

    Bello. Uno stile asciutto, limpido e cristallino. In pochi passaggi riesce a tratteggiare con accortezza e precisione il diverso stato d’animo dei personaggi.
    Spero che smetta di piovere…

  2. Amo questa scrittura lieve e gentile. Atmosferica. Pervasa da un’istinto naturale alla cura

  3. Il sovraccarico di aggettivi è una cosa che un po’ mi fa perdere, ma è probabilmente un mio limite. L’impressione è quella di avere sulle spalle una coperta pesante e zuppa d’acqua di cui fatichi a liberarti, dà angoscia. E per questo mi piace.

  4. musaerato

    Godimento di lettura.
    Stile unico.

  5. irechenonce

    sensazione di leggere qualcosa di già vissuto…come se ti venisse raccontato un episodio della tua vita…bello….