4 a.m.

” Je suis sûre qu’en regardant dans le miroir je ne verrai rien. Les gens disent toujours que je suis un miroir ; si un miroir regarde dans un autre miroir, qu’est-ce qu’il peut bien voir ?”
A. Warhol

Pianifichiamo un triathlon bici-vaporetto-autobus-ferryboat-vaporetto-piedi lungo due ore per inseguire Venezia sempre più lontana, complice la tettonica delle placche e il principio antropico. Passiamo la Francia che è Prison Break ma la amo lo stesso e passiamo gli Stati Nordici, le loro linee pulite, i morti in piscina e i loro loft maniaco ossessivi. Mancano solo i cappellini tutti uguali, anche se ne basterebbe un paio in tutto, ma il pranzo a sacco c’è e gli occhi stupiti pure. Effetto gita. Effetto ferie. Effetto ieri non c’ho pensato per tutto il giorno o quasi. E ci credo, tanto che il risveglio è col sorriso o perlomeno pare assomigliarci abbastanza. Ma la foschia rimane e la senti. In mezzo a questo sole che non ci spera più nessuno e qualcuno si è pure stufato, ma lui se ne frega e sta ancora lì. Ci svegliamo ad aprile che il letargo è finito e ci guardiamo, ce lo ripetiamo che è davvero aprile e speriamo che sia davvero passato l’inverno nel mentre di un pomeriggio così tu non devi cercar casa e io cercare una vita vera.

Ci sediamo su tasti di pianoforte che non fanno rumore e contiamo capelli in cumuli di feltro mentre ti accendi una sigaretta. Sbleeean.

E ogni giorno si deve scegliere e ogni giorno si deve rinunciare a qualcosa. Ma davvero anche se sono qui -sono qui?- mi manca comunque guardarsi attorno e capirsi con uno sguardo, guardarsi attorno e sentire che gli occhi ti abbracciano.

E anche se non è giovedì, gnocchi lo stesso. E anche se ci sono gli gnocchi, non c’è niente da ridere. Come gnocchi salgono a galla pensieri e sensazioni che erano anni, tanti, che non sentivo, che non mi mancavano a dir la verità. Mi inchiodano al sedile e inacidiscono il mio stomaco e violentano le mie mucose pronte sempre a lamentarsi. Maturano lacrime grosse come ciliegie e sputo singhiozzi che non riesco a nascondere. Squarciano tutto, i silenzi e le tue labbra. E ho la fatica nelle mani, la sento che le appesantisce e non trovano le tue. Che è tutto bloccato. Magari vedo nero, ma tremo e proteggimi che non lo so nemmeno io dove è la razionalità se mi blocco perché mi sembra di avere sette anni e una cartella gigante e delle calze bucate mentre tu togli la mano e io ci credo che c’è.

Ma non c’è. Sembra di camminare su lastre di ghiaccio. Già a restare immobili è un bilico. E se non bastasse il gelo a volte sembra di non sapere nemmeno nuotare. Che si spezza lo sai e non sai nuotare.

Combatto l’insonnia e i miei pensieri che si sfidano in singolar tenzone in piena notte anche se la prassi medievale vorrebbe le prime luci dell’alba e dieci passi. Leggo una rivista a caso e apro una pagina a caso che mi spiega come avere fiducia in me stessa e avere successo grazie a un eau de parfum. Se non fossero le quattro del mattino ne ordinerei un flacone grande come il dixan formato risparmio. Perchè Buzz sta troppo male e stanotte mi basta come sto io. Poche cose si possono fare. Affidarsi a poche cose di collaudata efficacia come sfogliare il catalogo ikea e aspettare il suo effetto psicotropo più rapido del valium. Prenotare col proprio bancomat una seduta di shopping compulsivo per il giorno successivo. Ancorarsi alle piccole certezze di una vita che vorrebbe seguire mille direzioni ma che nell’incertezza muore di fame e vota all’immobilismo. Almeno per oggi, almeno per stanotte. Non ritinteggio la stanza anche se i poster avrebbero bisogno di un po’ di cure. Non le tolgo le foto. Le lascio e le guardo. E tu continua a soffiare.