Cabine armadio e sinusoidi 2

1 a.m.

Non esistono problemi risolti. Esistono solo problemi più o meno risolti.
Henri Poincaré

Poi capita che l’ipod non funziona. Che si ascolta Ottaviano Blitch -ma chiamatemi pure Blitch- e le sue storie che non ho ancora capito se sono di niente o di qualcosa o di qualcuno. E ci tocca ascoltare una di quelle canzoni che le vendono in confezione famiglia. E quindi non si canta. Si impreca un po’, si sta in silenzio e ciao a domani ti chiamo sì mi raccomando chiamami che magari andiamo a prendere il regalo che siamo sempre i soliti cazzoni che i regali si fanno il giorno giusto, non dopo una settimana se va bene. E cerchi di uscirne, di capire dove si va quando un cardigan fa la differenza ma non riesce a proteggere da quell’aria che passa sul collo. E arriva a gelarti fino dentro. Che è come un uragano in un cul-de-sac. E tu ci sei in mezzo. Tu e il tuo cardigan.

Che forse è un discorso di stagioni. È un discorso di perdersi. Di non trovarsi. Di non riuscire a farlo nemmeno se ti guardi le mani. Se quella che senti non può essere che la tua pancia e il tuo stomaco, che, si sa, i cambi di stagione non aiutano. Non aiutano i chilometri, non aiutano le mie conversazioni con un telefono spento. Ma io ti cerco e tu non ci sei e dove sono i tuoi occhi se io poi divento sabbia tra le dita. Ma fermami.

E torniamo a mettere ordine, a cercare di classificare le cose con il loro nome e mettiamoci pure delle etichette, che se le etichette ci sono sempre state antipatiche oggi no, oggi diventano necessarie. Se poi basta un oroscopo per sabotare tutto, per aprire i cassetti e ritrovarli come dopo una rapina. Se invece non basta l’autoanalisi improvvisata in una mattina di settembre, se la casa è deserta ma anche dentro è deserto e non c’è più tempo.

Esco a prendere delle sigarette che no, io non fumo ma ogni tanto sì, perché così almeno giustifico con gesti concreti il mio malessere. Come a Parigi. Come quando camminavo da sola e quasi consumavo le scarpe e mi guardavo intorno e tutto era nuovo, e tutti i volti potevano essere di qualcuno che tanto non conoscevo e non avrei conosciuto mai. Come far su le sigarette con le mani che tremano e con il cuore che trema per una doccia non fatta, per una rotonda enorme che a farla in bicicletta prima o poi muoio, per un random dell’ipod che diventa la mia nuova religione.

Non è una storia questa, non è un racconto, che sarebbe da metter ordine pure qui, metterci un inizio e una fine. E scusate se invece rimane una serie di cose buttate su un foglio che non ingiallisce, che resta bianco e ad ingiallire sono i miei occhi e il mio cuore che avrà un domani, ma io ora non riesco a vederlo.

Poi, a un certo punto, si smette di dire sto crescendo e quando si comincia a dire sto invecchiando. Possono bastare le mie mucose scomposte, possono bastare delle cattive abitudini che è troppo tardi per iniziare. Basta una crema un po’ più idratante, con l’acido ialuronico, un tortino morbido al cioccolato che già vedi piazzato sul fianco. Eh, metabolismo in fase down e radicali liberi che non lasciano scampo. Basta guardarsi indietro e vedere che già qualche cosa l’avresti fatta in modo diverso, che dovevi crederci di più, che un po’ ci speravo a vederti sotto la mia porta con i pugni chiusi a dirmi che è tutto vero e che il mio piede destro si accompagna ancora al tuo piede sinistro, perché una volta era così. Ma ora no. Ma forse davvero non c’è più tempo.

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