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Cabine armadio e sinusoidi 1

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10 p.m.

Ancora una volta, lei lo accompagnò in città. Quante volte avevano preso insieme quel trenino pieno di fumo. Si tenevano le mani. Lei s’era tolta i guanti; uno di questi rovesciato, posato sulle ginocchia, aveva la forma di un cuore con l’aorta tagliata.
«Guarda il mio cuore sulle tue ginocchia» disse Jim.

(Jules e Jim – H.Roché)

Mangio lo sciampo che mi cade dai capelli. Che sciupa il trucco, che lava tutto. Che lava a parti perché a parti la vita si rompe e a parti bisogna cercare di aggiustarla. Che bisogna ragionare per piccoli obiettivi. Cercare di raggiungerli. Mettere bandierine, schierare carri armati. Come con il risiko. Che tanto se becchi la carta coi 24 territori lo sai già che giochi per far numero. Che non basta nemmeno il gioco del territorio. Che finirai ingoiato dalle armate viola. Sempre.

Per piccoli obiettivi dunque, si diceva. Cominciare da cose semplici. Riordinare la camera e mettere da parte le cose inutili, che rimangono in giro perché le cose inutili non hanno un posto, come non hanno un’utilità. Poi un po’ alla volta si deve iniziare a vedere cosa c’è da riassettare dentro. Il fatto è che il posto è poco e non sempre le cose hanno uno spazio preciso. Non hanno le forme come il duplo da piccoli. Mi serve un pezzo da sei rosso, tipo. No, il posto e la forma le devi trovare tu.

Tu che quando ti cerco non ci sei. Tu che quando ti penso non ci sei. Tu che certe volte mi chiedo se sei davvero quello che cerco e se sei tu quello che ho tra le mani. Tu che quando ti ritrovo sei il mio pugno sullo stomaco. E allora, forse, lo stomaco sarà il tuo posto. E forse quando ti avrò digerito tutto non sarà più. E forse quello sciampo che mangio aiuta a mandare giù, a lavare lo stomaco e le sue mucose. Quelle mucose che non mi fanno dormire la notte. Quella gastrite che inacidisce i miei occhi e le mie mani e le mie parole. Che le malattie come queste spuntano fuori così, dal nulla, quando la vita e i giorni e le cose diventano difficili da snodare. Si accumulano, si mescolano, e quello che era ieri può essere oggi e anche domani e quello che sei tu può essere anche qualcun altro, magari altrove, e allora il corpo te lo dice che no, così lui non ce la fa. Gastrite.

Che ci ritroveremo tutti a piegare maglioni già piegati, ad allineare paralumi perfettamente paralleli, a tenere la schiena dritta e le braccia ben stese lungo i fianchi, a spolverare vassoi in silverplate messi a disposizione per coppie che felici scelgono il silverplate per rimanere tutta la vita nella penombra dei soggiorni di tutti quelli che hanno fatto la foto con lo sposo, la foto con la sposa, la foto con la cravatta mozzata, la foto con il flûte, la foto con gli occhi chiusi, la foto con gli occhi rossi. Che tanto si è capito che quelle mensole di libri e di dispense e di appunti non sono serviti e non serviranno a guardare giù dagli scalini con spavalderia. E non serviranno a pareggiare quegli scalini più in alto, che non basta la gamba, non basta lo slancio, per salirci su.

Ma una notte, in auto, su quella strada, quella tutta dritta, quella sempre uguale, quella che sembra una scia in mezzo all’acqua che quando piove sembra solo acqua, i miei occhi si scioglievano e il mio stomaco si scioglieva che gridavamo di quando avevamo tra i capelli la luce rossa dei coralli.

 

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2 commenti

  1. ¿que mas?… sbrava teresa