L’altro, invece, non aspetta mai

“Sono innamorato? – Sì, poiché sto aspettando”. L’altro, invece, non aspetta mai. Talvolta, ho voglia di giocare a quello che non aspetta; ma a questo gioco io perdo sempre […]. La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta.
Roland Barthes – Frammenti di un discorso amoroso

È così: se fossi qui ti scriverei lo stesso. Ho trascorso l’ennesima notte insonne. Ho aspettato che il tuo ricordo si limitasse a passare, fumo nel fumo di novembre. Sono tornata nei tuoi luoghi segreti, nelle frasi che camuffavi perché mi sforzassi di capire. Dedica dopo dedica le tue parole si svuotavano di audacia e di speranza. Non ero io ad affilare le armi, non sono stata mai la tua carnefice. Ho soffocato quanto te quella naturale tensione che ci univa, che piegava il mio sorriso e legava ai miei i tuoi polsi.

“La nostra storia si è aperta come un uovo e si è richiusa come un sesso”.

È chiaro che mi manchi. Del resto la tua stagione è appena cominciata. L’autunno è un acquazzone sui vetri scheggiati delle auto. Sì, sono ricordi che sfrecciano con le targhe autorizzate, con le finestre chiuse, mentre fuori piove e il mio letto si riempie di insetti. È un autunno stretto sulle vene, come l’elastico di un maglione scuro. È autunno nelle tasche dei cappotti aperti sui polmoni. È autunno nell’aria umida di un’allergia cronica per la quale probabilmente soffri ancora. È autunno sopra le panchine, e sulle strade, autunno dietro al sole che inchioda il suo crepuscolo all’asfalto.

Le attese che ho consumato, sopra i marciapiedi di via Vittorio, nel novembre più luminoso che sia mai esistito, risuonano tutte chiare nei miei occhi. Quell’anno le stagioni giocavano a confondersi, per i cortili e i vicoli e per le piazze tese come palmi di mano. Quel sogno che naviga ancora sopra i cornicioni – sono sicura – è il frutto reale di una magia qualunque, una macchia d’inchiostro, un’eco di ritorno.

(Vedi questa prosa che si sporca di ovvietà. La recita che non tengo fino all’ultimo. Questi crampi di verità che devono passare. Questa macchia che si allarga nella mia finzione già precaria. Le maschere che strappo precocemente dalle mani, senza averne motivo, senza averne diritto.)

Tu nemmeno stavolta mi troverai. Nemmeno stavolta mi avvicinerai. Io vorrei cullarti come il mare, addormentarti come un sogno. Scioglierei i tuoi dubbi come nodi lenti e ubriachi e affogherei il destino e tutti i suoi ricatti. Vorrei avere mille vite. Vorrei che mi venissi incontro sorridendo, senza abbassare lo sguardo, senza evitare il contatto. Vorrei che mi leggessi e mi scrivessi ancora. Vorrei che questa storia la cominciassi tu.