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A come attesa 2

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E poi settembre nei miei occhi insonni

È l’una e zero sette di una notte sudata. Nessuna fatica, soltanto la bava dell’estate che resta ancora dentro le magliette. Ho ventiquattro anni, domani è ancora settembre e mi viene, mi viene in mente quell’assurdo presentimento di ogni anno. Fuori ragazzi come me stanno ridendo, e cantando, mentre si ubriacano di stelle e vino scadente stropicciati sul muretto del lungomare. E ragazze come me fingono di tirare giù le gonne, con gli occhi stretti e la bocca piena di fumo e parole, cadono dal sonno su sedili sfondati d’amore. Fuori ragazzi come me stanno ballando e continueranno a farlo, dimenando la musica e le gambe, fino a strattonare il sole. È fuori che qualcosa succede, fuori qualcosa si muove.

Qui no. Qui ci sono io con la mia lingua e sotto, gocce di un tranquillante omeopatico, camomilla e alcol e la speranza che l’effetto placebo funzioni. Dentro ci sono io e aspetto. Mi perdo la testa imbastendo elenchi. Le città che vorrei visitare, le canzoni che ho ascoltato ieri, le cene dell’ultima settimana, i libri che ho letto quest’anno, e poi sempre più indietro, affondo le pupille nei ricordi, scale a doppia elica, la prima volta che ho fissato il sole, l’odore di menta nel balcone. Si affacciano dalle ciglia le mie piccole colpe quotidiane, si lanciano a capofitto, dagli occhi invetrati che sanno di caffè.

Da fuori entra odore di pioggia, ma è un odore bugiardo perché non cade una goccia da giorni. Forse è il muschio, forse l’odore di qualcosa che marcisce nell’umidità. Nella mia stanza fili di ragno attraversano libri e fotografie appese al muro, bestie piccole e grasse aspettano che mi addormenti per piombarmi addosso. Io sono il mio incubo peggiore. Ho gli occhi asciugati dal ventilatore, non mi ricordo come ci si addormenta, mi sembra di non averlo imparato mai.

La sveglia mi fissa, con gli occhi spalancati e rossi, le due e quarantanove, i gradini che ho salito per raggiungermi la fronte, pensieri mescolati che rimbalzano da una parte all’altra del comodino, neuroni sfilacciati, aperti, sbranati, ma la mia testa perché non esplode mai, la mia testa, e il sonno perché non viene, perché non mi riempie mai come un orgasmo gli occhi?

Tecniche artificiali di addormentamento, sonni indotti che piovono a dirotto dalle ali rotte di una farfalla immensa. Non faccio che ripetermi piccoli mantra improvvisati per l’occasione, per scongiurare la tentazione del pianto, allontanando i germi della disperazione.

Quindi rilassati, devi solo aspettare che giunga l’alba, tra poco sarà ancora settembre, con la sua pioggia finta e i rientri, col ventuno d’autunno, le foglie secche e i tombini impastati, e Roma s’allagherà di nuovo. Torna a casa settembre coi suoi presentimenti scuri, un principio di fine che giunge per tutti, e tu non te ne accorgi, tu già dormi e non saprai per quanto.

 

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2 commenti

  1. Redsatin

    Questo brano mi ha fatto tornare alla mente la nostra conversazione sulla Santacroce.

    E ora capisco perché… :-)

  2. violenta fiducia

    Ahm. :)
    Conversazione, tra l’altro, rimasta interrotta. ^^