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A come attesa 1

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Se fossi qui ti scriverei lo stesso

Se fossi qui ti scriverei lo stesso,
imbucherei la lettera nel collo di una bottiglia vuota
e la dovresti rompere, per leggere,
col rischio di tagliarti.
Le parole tra noi soltanto se affilate.
Erri De Luca

Se fossi qui ti scriverei lo stesso. Cucirei alla tua pelle la mia e ti racconterei fiabe piene di silenzi e di parole, nere d’inchiostro e bianche di terrore. Ti direi che se la luna stasera si sporca è perché la sua luce ti coli sulle gambe, lattiginosa e amara come un pensiero ostile.

Ti chiederei se ricordi quella sera. L’estate s’era aperta appena – il ventotto di giugno – nella tua mano tremante come un fiore, e la notte poggiava il suo coperchio su piazza Cutelli e sui giardini scolpiti. La notte sigillava dentro il tuo odore bruno e le pupille per te disfatte. Sfilavo i ricordi dalle maniche, confezionavo su misura ogni frase perché senza fatica ti potesse raggiungere.

Crescevamo in silenzio come cellule lasciate a germogliare.

Ti chiederei se ricordi Catania, che esplode sempre come fosse agosto. Il caldo grasso e trasparente che s’attacca alle marmitte degli autobus e alle unghie nere dei venditori ambulanti. Attraversando il cortile dei Benedettini non avevo il coraggio di avvicinarti le mie mani, ma da qualche parte nel cuore ti stringevo le spalle, ti sollevavo da ogni dispiacere, ti raccontavo leggende locali, come quella di Porta Uzeda o il martirio di Agata o altre favole che servivano a riempire. Vuoti d’aria scoppiati per imbarazzo, e l’umidità che sale dal mare, il vento di scirocco, il tuo timore di sbagliare.

Il fatto è che siamo solitudini che si infittiscono e ci troviamo vicini senza sapere come.

«Se fuori arriva lucida la notte dei lampioni – e cade a dirotto sopra una via che il tempo ha cancellato – è perché dentro fili di rame e alluminio si piegano su sé stessi come gambe. È un cortocircuito di corpi e l’aria è densa e calda e non mi basta. Scende la tua schiena fino a valle, solchi di saliva invadono i miei fianchi, note schive e molli. Le tue spalle di quercia e l’odore delle tue braccia, l’acido dolce del tuo collo, il respiro slacciato dalle mie labbra.»

La notte passava come un vagabondo, sulle vene artificiali delle strade.

Quindi l’alba. Vergine di colpe, indifferente e dura. L’alba affilata raschiava via tutte le nostre tracce. Tu partivi, attraversavi il buio di non so quante gallerie, ti lasciavi alle spalle centinaia di chilometri e i miei due occhi soltanto. Io attraversavo il buio dei calendari, rovesciando i giorni e i santi che ti tenevano lontano. Ore moltiplicate all’infinito. Un’attesa liquida e viva che potevi confondere col sangue. Un mese che si è gonfiato, che si è riprodotto, che ha covato altri mesi, come fossero piccole cavie destinate alla morte. Catania in fondo non è che un lungo inverno.

Non ti amerei meno, se fossi qui.

Se fossi qui ti scriverei lo stesso.

 

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2 commenti

  1. è sempre bello leggerti…:-)

  2. Redsatin

    Che dire?
    Hai proprio lo stile che piace a me, carissima ex collega: liquido e denso, purpureo e affilato.
    Una lametta arroventata.

    Grazie. Mi hai emozionato.

    Un bacio, a presto
    (Gloria)