III sogno: Vento del Sud

Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte.”
(Edgar Allan Poe)

Per molto tempo sono andato a letto presto, mi addormentavo davanti alla tv, e allora mi infilavo nel letto per non ritrovarmi steso sul divano ma appena spenta la luce neppure il tempo di dire “rosebud” che subito mi risvegliavo e non riuscivo più a dormire. Ora l’opposto, ora non faccio in tempo a svegliarmi che il solo pensiero di dover rimanere sveglio mi fa ripiombare istantaneamente nel sonn…

Quella prima volta ti guardai con un solo desiderio: quello di innamorarmi di te, perché bisognava passare di lì per amarti. Saremmo andati a passeggio sul lungomare di Trieste, ti avrei comprato il gelato e sarei rimasto per ore a guardarti la lingua colorata di blu, perché avresti scelto il puffo. Intorno a noi solo acqua, il vento che increspava di spuma le onde del mare ti avrebbe alzato il vestito, ma sotto portavi i pantaloni, peccato. Questo pensavo prima di calarmi nella matassa che genera i sogni, propedeutica alla tua apparizione.

Mi ritrovo a suonare alla porta di una bella casa borghese, in quella casa, come racchiuse in uno scrigno, tre sorelle attendono un uomo che le elevi al rango di mogli. Se non sbaglio è il 1904, c’è una carrozza trainata da due cavalli vapore, in lontananza lo scampanellio dei primi tram elettrici. Una lisciatina ai baffi e con la punta del bastone mi accingo a suonare il campanello, ma proprio in quell’istante mi apre la porta una ragazzetta giovane, forse una domestica: «Entri, entri pure, il padrone la sta aspettando», resto con il bastone a mezz’aria e incautamente le pungo un seno (driiin).
«Mi scusi, non era mia intenzione…»
«Si figuri»
La casa profuma di pulito, tutto rifulge di luce e di barbagli, ho l’impressione di trovarmi in un forziere. Il vecchio tricheco mi attende nel suo studio dietro un’enorme scrivania ingombra di monete.
«Venga…è pronto?»
Pronto per cosa? Non sono mai pronto quando me lo fanno notare, sono sospettoso per natura. Il padre padrone è un omone grosso dai grandi baffi grigi, nel sogno è una specie di chimera, mezzo uomo e mezza piovra, la creatura si muove come un hovercraft che fluttua sul pelo dell’acqua, con fatica e quasi per inerzia si dirige verso una monumentale cristalliera.
«Ecco i miei gioielli!»
All’interno del mobile, in un’esplosione di luce, appaiono le tre figlie disposte sopra un podio, oro, argento e bronzo, velate dalla testa ai piedi, bianche e ieratiche come madonnine segnatempo.
«Che ne dice?»
«E che ne dico… bene… posso toccarle?»
«Faccia piano, non me le sciupi!»
Le tasto con cautela ad una ad una, ad ognuna palpo un braccio attraverso la stoffa del vestito: palpo il bronzo e sento l’osso, palpo l’argento e affondo nella gelatina. Salgo su un predellino per tastare l’oro, se nemmeno l’oro sarà di mio gradimento dovrò trovare un modo per uscirne con eleganza. Ma il suo braccio è morbido, lo riconosco, ho già abbracciato questa donna, è lei, è la ragazza dagli occhi verdi…

«Scelgo questa»
All’improvviso tutto si fa buio, scendono dal soffitto due fasci di luce e mi ritrovo seduto su uno  sgabello, percepisco la presenza di un pubblico che mi fissa attraverso l’oscurità.
«Ottima scelta, ma prima deve rispondere a una domanda. Quale busta sceglie: la uno, la due o la tre?»
Dio mio, è un incubo!
«Due, scelgo la due…»
«Bene, apriamo la busta… le darò quattro opzioni, non sia precipitoso. La domanda è la seguente: Nella Rosa dei Venti, come si chiama il vento che spira da Sud? A: Scirocco. B: Libeccio. C: Ostro. D: Grecale. Silenzio in sala!»
«Dunque Gerry… premesso che non ne ho la più pallida idea… il Grecale mi sembra sia un liquore… lo Scirocco… mi pare serva per fare i dolci… sono indeciso tra la “B” e la “C”. Mi sembra di ricordarmi che una volta mio cugino aveva sentito dire a un suo amico che gli aveva detto una zia che suo nonno era stato marinaio su una galera romana… forse è la “C”, perché mi sembra di ricordare che “Ostro” viene da “Austria”, la quale si trova a sud rispetto al meridiano di Greenwich…»
«E’ sicuro? Non vuole usare gli aiuti?»
«No Gerry… forse… ecco… sì: dico “B”, Libeccio»
«L’accendiamo?»
«Sì Gerry, l’accendiamo»
«Che Dio la benedica: sbagliato!».
Il sogno si frantuma, scompare lo studio e la cristalliera si richiude, mi infilano una scatola di Monopoli sotto il braccio e vengo scaraventato fuori come risucchiato da un  aspirapolvere.

Sul marciapiede un ghisa col fischietto mi guarda minaccioso.
«Lo ha visto anche lei, è stato lui a farmi sbagliare!»
«Lo vuole il gettone di presenza?»
«Sì!»
«Tenga» e mi tira un calcio nelle costole.

Comunque era la “C”.

 

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1 commento

  1. ahahah! fantastico! :)