Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte.”
(Edgar Allan Poe)

Questa donna mi sfugge, mi trovo costretto a impormi di dormire per inseguirla nei sogni, è questo il destino che conviene ai pazzi. Per giunta il mio cane, questo fedele compagno delle ore più liete, questo porco bastardo che me la fa sui muri, abbaia alle tende come se vi scorgesse la sagoma di uno spettro: cos’è che vuoi? Hai fame? Più acqua, meno acqua? Perché non parli? Rispondi! Questi scatti di nervi mi debilitano, mi sento mancare le forze… nell’ultimo ricordo cosciente lo vedo alzare la posteriore destra sulle mie scarpe da jogging e…

In un mantello bianco foderato di rosso-sangue, con un’andatura strascicata da filosofo, la mattina presto del giorno quattordici del mese dal suo appartamento in via Kalokagatos, al civico 3,14159, uscì di soppiatto colui il quale era comunemente conosciuto come “il tafano di Atene”, Socrate il Sileno. Santippe ancora dormiva quando il marito le scivolò fuori da letto e tomo tomo si diresse in cucina dove teneva nascosto qualche spicciolo in una piccola intercapedine tra il muro e la lavastoviglie. Non aveva ancora perso il vizio del bere, ma sarebbe stato assolutamente fuori luogo mettere sua moglie al corrente della cosa, lei lo credeva pienamente ristabilito e forse era giusto così, le aveva dato a bere che essendo lui a conoscenza del vero bene era praticamente impossibile che inforcasse di colpo il sentiero del male. E fu proprio alla taverna all’angolo che lo incrociai, era al quarto bianchino e stava per ordinare un spritz gridando “morte ai veneti!” quando lo interruppi:
«Maestro! Ma le pare degno di un filosofo?»
«Ha ragione, è stato un momento di debolezza… ma con chi ho il piacere di parlare?»
«Oh, questo non importa, passavo di qui per caso… ma per caso non ha visto passare anche una  graziosa fanciulla? Mora, capelli lunghi, occhi verdi…»
«Non mi pare… costei è la sua schiava?»
«Certamente no, quantunque provi per lei un trasporto che potrei definire amoroso, ma ho delle difficoltà nel dichiararmi, come se le parole non mi uscissero di bocca… forse lei mi può aiutare?»
«Vediamo un po’… andrebbe fatta partorire…»
«Partorire, lei? Oh no, questo non è assolutamente possibile, casta e pura come una vestale è la donna dei miei sogni»
«Se va bene a lei…»
«Scusi?»
«Nulla, nulla… ma non è forse la donna che cerca quella che scorgo sulla grande agorà?»
Cola sudore, un tremito mi prenda… Ministra d’Afrodite d’aureo lume incedeva come una dea dalla bella chioma, ai piedi i preziosi sandali che fecero dei Cleonei gli orgogliosi titolari di un calzaturificio ad Ascoli Piceno. Ma ecco che qualcuno le si avvicina, un uomo spalluto, forse un atleta, con una conchiglia affilata le incide le sue iniziali sul braccio e la esibisce ai passanti come un trofeo.
«Maestro, mi aiuti lei!»
«Queste donne di questi nostri uomini siano tutte comuni a tutti e nessuna abiti privatamente con alcuno»
«Grazie, bell’aiuto»
«Abbia pazienza, ma costui oltre che mio discepolo è anche il mio biografo ufficiale e lei capisce che non posso proprio mettermi in urto con lui, ne andrebbe del mio buon nome…»
«Comunque non se la caverà»
Volo da lei, mi precipito, ma è sparita negli anfratti della città e non c’è verso di rintracciarla. Passo in rassegna nell’ordine: due mendicanti sdentati che mi chiedono se ho da accendere; un profeta panciuto con un grosso occhio azzurro dipinto sull’ombelico; Pelo Ponneso, l’uomo che solleva le etere con lo scroto. Dove sei amore mio, possibile che ti perda sempre sul più bello?

Non faccio in tempo a commiserarmi che mi giunge all’orecchio un tramestio di voci, scorgo in fondo alla strada un un gruppo di persone, ho come un presentimento… corro verso la calca e  scopro che è giorno di mercato, tra gli scolapasta e gli spremiagrumi e un set di pentole in acciaio inox stanno vendendo anche le schiave. Eureka! Il mio sguardo febbrile si posa sopra una sequela infinita di orribili seni e bruttissime gambe, una puella macedone mi fa l’occhiolino, un’altra le da un calcio in uno stinco e si mette in posa da vamp: finalmente la scorgo dietro il monumentale sedere di una vergine numida.
«Offro 150!»
«Per la morettina con gli occhi verdi 150. 150 e 1, 150 e 2…»
«300!» rilancia un uomo con i capelli bianchi e un paio di occhiali dall’enorme montatura.
«300 per il signore Onassis. 300 e 1, 300 e 2…»
«10.000!» esclamo baldanzoso sapendo di stare solo sognando.
Un silenzio di tomba cade sul consesso incivile.
«10.000 e 1… 10.000 e 2… 10.000 e 3… aggiudicata al signore con la faccia da fesso».
Vittoria! Finalmente posso riabbracciarla ancora una volta, e ancora le bacio i capelli e la bocca, e ci mettiamo a piangere come bambini, piangiamo talmente tanto che ci bagnamo i vestiti, siamo tutti bagnati, troppo bagnati, realisticamente troppo bagnati…

Bau!