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I sogno: Mikòlka deve morire

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Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte.”
(Edgar Allan Poe)

Vi sarà capitato di fare un sonnellino pomeridiano e di riavervi come se vi foste svegliati su un altro pianeta o in un’altra dimensione, ecco, a me capita sempre più spesso e le mie reazioni al risveglio peggiorano di giorno in giorno: comincio col non sentire le mani, non mi riconosco più allo specchio, perfino le persone che mi vivono accanto mi sembrano estranei che vedo per la prima volta e che mi feriscono per il solo fatto di esistere (io non vi conosco!). La parte che recito da anni e che per abitudine chiamo vita improvvisamente mi risulta più gravosa da portare in scena, guardo ogni cosa con distacco, come se non mi appartenesse. Ma c’è una donna che mi appare in sogno, una ragazza dagli occhi verdi e dai lunghi capelli neri, scura in volto come un’indiana e dai lineamenti dolcissimi. Nel sogno sono innamorato di lei, ma è un amore che rimane sospeso e che conduce alla disperazione, per lei ho cominciato a trascurare la realtà.

Leggo troppi libri. Sogno di camminare nei sobborghi di una grande città russa, San Pietroburgo. Nel sogno cado sfinito a terra e mi addormento tra i cespugli, e sogno che ho sette anni e in compagnia di mio padre sto passeggiando fuori città. Tutto è buio e cupo, faccio fatica a tenere  aperti gli occhi, ho le palpebre pesanti e anche nel sogno lotto per rimanere sveglio. Fa molto caldo, ma la strada è ugualmente ingombra di cumuli neve, o di polvere. Passiamo davanti alla vetrina di un negozio dove un uomo con la faccia rossa digrigna i denti e ci mostra la lingua, io mi spavento e mi attacco al braccio di mio padre, ma anche mio padre è spaventato e si mette a tremare come una foglia. Proseguiamo allora fino a una chiesetta, è una costruzione graziosa rifinita con cura, spero davvero di trovarvi rifugio ma al suo interno c’è una camera delle torture e c’è un uomo che bussa alla porta (forse è mio padre o forse sono io). Ho la chiara visione di una moltitudine di corpi ammassati, sono corpi di ragazzi e sono nudi e bianchi, come se li avessero lavati…

A questo punto la strada comincia a piegare verso sinistra e sento chiaramente che ci attende qualcosa di terribile. Dietro alla curva appare una bettola e dentro alla bettola degli uomini che urlano e bestemmiano, sono violenti, e sono ubriachi. Dalle finestre esce una luce pallida e tremolante, come dipinta a mano su una cartolina in bianco e nero, ho paura che ci facciano del male e mi volto ancora una volta a guardare mio padre, ma con mia grande sorpresa al suo posto trovo un albero e mi accorgo che la mano che stringo è in realtà un ramo. E’ a questo punto che riconosco il sogno, è un sogno che è già stato sognato e che è già stato scritto, e infatti eccolo lì il carro che attende gli ubriaconi, uno di quei carri a cui un tempo venivano attaccati i grossi cavalli da traino, ma questa volta al posto del cavallo hanno attacco lei, la ragazza dagli occhi verdi, con il morso alla bocca e le finiture che le pendono dal corpo.
«Montate, montate tutti!» grida Mikòlka uscito dalla bettola, «vi porto tutti a casa, accomodatevi!».
«Ma dove vuoi che ci porti? Attaccare una cavalluccia così a un carro come questo!».
«Lo farà, vedrete che lo farà!» e montano in dieci.
So benissimo come andrà a finire, al suo rifiuto di trainare tutto quel peso la prenderanno a frustate e la finiranno a colpi di bastone, è scritto: “la bestia barcolla, si accascia, fa come se volesse ancora tirare, ma la sbarra le ricade sul dorso ed essa stramazza a terra, come se le avessero tagliato le quattro zampe in un colpo solo“. Riuscireste ad assistere impotenti a una scena del genere?

Il primo colpo di frusta si abbassa sulla sua schiena ma manca il bersaglio, una grossa, enfia, irreale cicatrice le compare istantaneamente sul braccio… questa volta non può finire così. Un furore cieco e inaudito si impossessa di me, mi sento invincibile, spezzo le catene del sogno che improvvisamente prende una piega eroica e grottesca: il mio braccio si trasforma in una forchetta che arrotola la frusta come uno spaghetto, e allo spaghetto resta attaccato anche Mikòlka che mi porto alla bocca e mastico, mastico con tutta la mia forza, uno sbuffo di sugo mi cade sulle scarpe: Mikòlka è morto.

«Svegliati, è il momento di svegliarsi!» mi intima una voce spettrale, ma qui non ho ancora finito, devo andare da lei. E’ a terra esanime e non so se è viva o morta, la abbraccio teneramente e le bacio i capelli, non mi abbandonare… non mi abbandonare mai… ed ecco che apre gli occhi e con un filo di voce mi sussurra: «Stringimi forte, che nessuna notte è infinita… ».
«Edgar Allan Poe? ».
«No, Renato Zero».

 

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1 commento

  1. mantegazza

    grande forma