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Didimo e Pacifico 4

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La notte prima degli esami Pacifico si sveglia alle due.
Si alza e si veste, poi scende in garage: la sua utilitaria brilla nel buio e lo aspetta.
Dal portabagagli tira fuori il tubo e la bombola. Prepara tutto, poi sale in macchina e chiude la portiera.
Accende il motore. Arpie con denti di ferro gli volano attorno, impazienti, affilando gli artigli per quando diventerà una pianta. Non ci vorrà molto, pensa e mentre lo pensa si addormenta.

Al funerale Didimo non piange. Si mette due file dietro ai genitori e passa tutto il tempo a cercare di capire quando alzarsi o stare seduto.
Vorrebbe abbandonarsi un po’ al ricordo e al dolore, ma è evidente che è troppo presto. Per questo si sente in colpa e lancia rapide occhiate alla madre, abbassando la testa ogni volta che lei guarda nella sua direzione.
Quando escono dalla chiesa sente caldo dappertutto e non pensa ad altro che a strapparsi di dosso questa camicia maledetta. Al cimitero cammina a testa bassa: lo stesso prete non si dilunga e fa una benedizione veloce, colpevole. Intanto calano la bara nella fossa e tre uomini cominciano a riempirla.

Sono due giorni che aspetta: si è predisposto all’ascolto di ogni minima traccia di sofferenza. E’ sicuro che arriverà da un momento all’altro, un piccolo malessere all’inizio che si ingigantirà col tempo, diventando un insopportabile fardello da portare finchè con gli anni non ci farà l’abitudine.
Lentamente la folla si allontana. Il padre trascina la madre lungo il vialetto, accompagnandole la faccia di lato, delicatamente, per non farla voltare.

Tornerà a casa, si toglierà la maledetta camicia, metterà su un cd dopo averlo scelto per bene, resterà chiuso in camera tutto il pomeriggio. Non mangerà e forse domani non uscirà di casa. I suoi diranno che è normale.

Decide di passare accanto alla tomba, per dirgli addio o una cosa del genere. Perciò si avvicina alla fossa e ci trova i tre uomini, in piedi, che hanno appena finito di coprirla. Il cemento si indurisce a vista d’occhio come una porta che viene chiusa e sigillata. E dentro non c’è luce e non c’è aria e Pacifico è là sotto e non potrebbe uscire neanche se volesse, neanche se allunga le braccia, sbatte i pugni sul legno, urla, prega, non gli servirà perché il cemento è già duro, Didimo lo sente, colpendolo col piede una, due volte, finchè uno degli uomini non dice “Embè?” e appena lo dice lui si sente chiudere la gola da una specie di cemento che è messo lì da due giorni e ora si indurisce e non lo fa respirare. Non respira e non è pronto ma non potrebbe farci niente neanche se allunga le braccia, sbatte i pugni, urla, prega. Non servirà.

Così scappa a casa e si strappa la camicia di dosso. Si butta sul letto senza musica perché non c’è un cazzo di cd che possa andare. La sera a cena si ingozza e resta con Gianluca a vedere le repliche di Ken il guerriero. Il giorno dopo esce e va a pesca, e poi a Napoli, dagli zii, al cinema, al supermercato, a una festa, alla sagra della pannocchia. I suoi dicono che è normale.

 

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1 commento

  1. Non vale così. Quando gli dicono embè è tutto troppo crudele.