Si sfasciarono.

Avevano dell’erba e tanta voglia di fumare perciò passarono da un coffee shop all’altro, sedendosi in mezzo alla gioventù locale e straniera, ascoltandola dire in tante lingue diverse le stesse cose.

All’inizio bevevano per assaggiare; dal quinto locale in poi cominciarono a buttare giù qualunque cosa, senza particolari preferenze tra birre chiare e scure, ordinando qualsiasi tipo di intruglio risultasse adeguatamente alcolico e adeguatamente economico.
Didimo soprattutto, avendo tracannato praticamente ogni cosa liquida nel raggio di tre metri, versava in condizioni pietose.
Quando Pacifico gli aveva fatto notare che l’alcool non lo reggeva per niente, aveva risposto con voce indignata e con una rabbia che non si aspettava, che non era vero per un cazzo, papà.

All’aria fresca Didimo si era ripreso.
“Sto bene.”
“Si vede.”

S’incamminarono verso l’ostello, lentamente, per permettere a Pacifico di sentire i tram in arrivo in tempo utile a tirare via Didimo dalla loro traiettoria.
“L’avevo visto” diceva Didimo ogni singola volta e ogni singola volta non era vero.
Pacifico non era per niente ubriaco. Stranamente né le canne, né l’alcool gli stavano facendo effetto e questo era un bene: incrementava di molto le probabilità che avevano di tornare vivi in camera.
“No è vero, mi stava uccidendo.”
“Già.”
“Ho visto la morte in faccia. Veramente.”

Era tardi e le strade si andavano svuotando. Le luci dei locali erano ancora accese, per poco, ma quelle dei negozi erano già spente da ore.
“Guarda” disse Didimo a un tratto. “Bambole.”
Si fermarono davanti a un’altra vetrina piena di donne. In miniatura però e di pezza, di stoffa, di porcellana, di legno: donne finte, anche se costavano quasi più di quelle vere.
“Cazzo, devo portare qualcosa a mia madre. E tu non porti niente a tua madre?”
Pacifico non rispose. Si staccarono dalla vetrina e proseguirono sul marciapiede fino a un piccolo giardinetto.
Didimo si sforzava di mettere un piede dopo l’altro: non era difficile se uno segnava il cammino e l’altro lo seguiva. Solo che era buio, troppo.
“Io li odio proprio, lo sai?”
Pacifico aveva parlato e se n’era pentito subito. Guardò Didimo che ondeggiava come se stesse decidendo che quella era aria e non acqua e che no, non l’avrebbe sostenuto se si fosse lasciato andare. Lo guardò e trattenne il respiro.
Didimo spalancò gli occhi per la sorpresa. “Guarda là!”
Sul prato attorno a loro c’erano una decina di iguane che li guardavano: erano grandi e malevoli, e tenevano le code ben stese sull’erba.
“Sono finte” constatò Pacifico.
“Bene” fece Didimo, notevolmente sollevato perché non erano vere ma non se le stava neanche immaginando e continuò a tentare il terreno davanti ai suoi piedi.
Pacifico lo seguì senza dire niente, aspettando.
Dopo alcuni minuti di profonda riflessione, Didimo ruppe il silenzio:”Domani è l’ultimo giorno” biascicò “Che facciamo?”
“Andiamo al museo di Van Gogh. Ti ricordi?”
Didimo annuì. “Anche Van Gogh ha visto la morte in faccia” disse.